Fra il 27 e 28 maggio l'esercito alleato iniziava quel gran movimento di fianco dal Po al Ticino, che fu la più abile manovra strategica della campagna.

Il 29 maggio l'esercito Sardo, meno la quinta divisione rimasta a difesa della riva destra del Po, si concentrava sopra Vercelli per passare la Sesia sui ponti che vi erano stati gettati. Il 30 la divisione Cialdini passò per la prima. Il nemico occupava tutti i villaggi sparsi in faccia alla Sesia e dominava il paese; a Palestro poi aveva concentrati i più grandi mezzi di resistenza. Vi aveva piantato batterie per dominare il fiume e per battere d'infilata la strada. Aveva inoltre coronate le cime delle alture di forti parapetti per tenere al coperto la fanteria, e scavati dei fossi nei lati, pure protetti di parapetti, dietro ai quali stavano numerose truppe, mentre molti cacciatori tirolesi erano appostati dietro gli alberi e nelle case da dove fulminavano gli assalitori.

Vittorio Emanuele dirigeva in persona le operazioni militari. Il 6o e 7o bersaglieri formavano l'avanguardia con una sezione d'artiglieria ed uno squadrone di cavalleggeri d'Alessandria; il generale Cialdini marciava alla testa.

Al terzo ponte che taglia la strada, gli esploratori incontrarono gli avamposti austriaci; accolti da fitte scariche di fucile e di mitraglia i nostri non si arrestarono, si cacciarono risolutamente di corsa, invadendo il ponte e vi si stabilirono, mentre il 17o bersaglieri guidato dal suo comandante Chiabrera si precipitò con slancio irresistibile sulla difesa di destra, snidò i cacciatori nemici imboscati nei declivi, e la quarta divisione con rapidità fulminea, con foga irresistibile metteva in fuga il nemico e s'impadroniva di Palestro. La terza divisione rafforzata dai reggimenti 5o cavalleria e Piemonte Reale, traversata la Sesia marciava sopra Vinzaglio, fortemente occupato dal nemico. La divisione piombò in colonne serrate sul villaggio; non vi furono ostacoli validi ad arrestarla; i battaglioni divoravano lo spazio e fatta una scarica si avventavano sul nemico colla punta della baionetta—questo non resistè all'urto terribile e, come a Palestro, abbandonò il villaggio e si ritirò su Confienza.

L'imperatore dei francesi, prevedendo che l'esercito italiano avrebbe dovuto sostenere aspre battaglie, staccava dal 5o corpo il 3o reggimento Zuavi, ed ordinava al colonnello Chabron di mettersi a disposizione di Vittorio Emanuele. Il Re, sicuro che gli austriaci avrebbero fatto tutti gli sforzi per riprendere l'importante posizione di Palestro, ordinava al colonnello dei Zuavi di dirigersi su quella posizione.

Verso le dieci del 31 maggio gli austriaci sboccando per le strade di Robbio e di Rozano diedero di cozzo negli avamposti piemontesi che li accolse con fuoco ben nutrito. Ma erano tre le colonne d'attacco che si avanzavano in grandi masse compatte, ed obbligavano i nostri a ripiegare sul villaggio.

Il 20o reggimento che trovavasi a sinistra della strada di Robbio fu pure obbligato a ritirarsi sull'alture ma non rallentò il fuoco; il nemico però ingrossando sempre, minacciava di schiacciare le poche e intrepide nostre truppe; accorse in quel frangente il prode colonnello Brignone conducendo con se alcuni battaglioni, ed i Piemontesi prendendo l'offensiva, si lanciarono contro il nemico e lo respinsero al di là delle linee degli avamposti.

Il generale Cialdini accorso, si avvide che le manovre del nemico tendevano ad aggirare la sinistra della sua posizione; vi mandò tosto alcuni battaglioni che raccolse con una sezione d'artiglieria comandata dal bravo capitano Ponzio-Vaglia, mentre il 7o bersaglieri si slanciò addosso al nemico, minacciante il ponte gettato sulla Sesia e fa occupare vigorosamente gli approcci di Palestro affine d'impedire al nemico la marcia sul villaggio; la lotta si fa accanita, le grosse colonne austriache comandate dal feld Maresciallo Zobel, sorrette da numerose compagnie di tirolesi e dall'artiglieria, si avanzarono risolutamente contro le truppe piemontesi che tennero fermo, incuorate dalla presenza di Vittorio Emanuele; coprendosi di gloria. Proprio nel più caldo del combattimento il colonnello Chabron lanciò i suoi Zuavi all'attacco: questi, come un uragano, sotto gli occhi del Re di Piemonte si gettarono sopra agli austriaci; nessun ostacolo, nessuna resistenza li arresta; invadono le difese nemiche si gettano sopra ai cannoni: gli artiglieri austriaci non hanno tempo di caricare i pezzi perchè le terribili baionette ne fanno strage; riescono vani i tentativi della fanteria che accorse per salvarli e i cinque cannoni furono preda dei vincitori; non si arresta il reggimento, si slancia sulla strada e, seguendo Vittorio Emanuele che con la spada li invita all'attacco, si avventa contro le masse austriache impegnate in furiosa lotta coi piemontesi, e così i soldati delle due nazioni si frammischiarono nel combattimento e nella gloria, investendo il nemico alla baionetta. Questo fortemente trincerato sul ponte della Brida, fortificatosi in una grande masseria, munita di cannoni e di feritoie, preclude il passaggio del ponte; ma zuavi e piemontesi non si sgomentano, nè si arrestano; animati dalla presenza del re e dall'esempio degli ufficiali, s'avventano sul ponte, sui cannoni, che sono presi dai piemontesi; nella masseria è una lotta terribile, corpo a corpo, e gran numero di nemici trovano la morte nel fiume che li travolge nei gorghi delle sue acque.

La vittoria dei nostri fu completa, oltre ventimila erano gli austriaci combattenti, numerosissimi furono quelli rimasti sul campo, circa cinquecento trovarono la morte nel fiume, gli austriaci perderono fra morti feriti e prigionieri oltre seimila uomini; i nostri circa duemila uomini fra morti e feriti. Trofeo della vittoria furono, oltre mille prigionieri, cinque cannoni presi dai zuavi e tre dai piemontesi. La campagna s'iniziava splendidamente!