Però sul vespro le doglie diventarono così violente che, malgrado i continui sforzi per celarle, Giulia dovette confessarsi col vecchio servitore. Questi, all'inattesa notizia, si turbò tutto; ma, parendogli che non fosse ancora tempo, le raccomandava riposo e le chiedeva se non s'ingannasse alle volte su la natura del male;—tuttavia, dopo averla assistita per alcune ore, visto insomma che non c'era più dubbio, manifestò la sua intenzione d'avvertirne i fratelli. Giulia, quantunque resa pazza dai tormenti, si rizzò sul letto con gli occhi di fiamma e afferrando i polsi di Lorenzo: "tu" gli disse, "tu andrai a cercare la levatrice; nessun altro, intendi? i miei parenti non devono saper nulla!" Così il vecchio, a testa curva, ingoiando il pianto che lo soffocava, si recò in fretta a casa della levatrice; e non osò destare le donne, avendo Giulia dichiarato che non voleva nessuno in camera affinchè il segreto non si diffondesse, affinchè i fratelli non avessero a rampognarle poi l'ultima vergogna della famiglia. Non bisognava opporsele. Quella giovanetta sensibile, nervosa, esasperata dalla persecuzione, era capace di ogni follia.

Appena arrivata, la levatrice, messa già al corrente da Lorenzo lungo la via, interrogò Giulia sovra i soliti particolari, senza mostrare alcuna meraviglia, trattandola con la massima dolcezza. Ma Giulia cominciò ben tosto a scuotersi; la fronte le si bagnò di sudore; le sue membra tremavano forte; dalla strozza involontariamente le sfuggivano gemiti compressi; morsicavasi le pugna in silenzio, delirando: allontanava le coltri con impeto, come se le bruciassero la carne, come se la schiacciassero. Bisognò adagiarla; si discostò la candela; si apparecchiarono pannolini e vasi d'acqua, la si tenne ferma, la si calmò con mille sommessi rimproveri, con mille carezzevoli minaccie: e, tra gli spasimi, verso mezzanotte, ella diede finalmente alla luce un bambino.

Da principio la puerpera stette alquanto quasi persona stanca per lunga fatica; aveva la bocca serrata, le nari tumide; i suoi muscoli s'agitavano ancora sotto l'impressione del male e si lasciò rivolgere ed accomodare senza resistere, come se non s'accorgesse di nulla. Poi adagio adagio riprese i sensi; ebbe sussulti di vomito; sospirò: si mosse. Lorenzo pendeva su la sua testa; gli sorrise. E, accomodandosi per istinto con la mano diafana i capelli sparsi, risollevò il collo sul guanciale, girò intorno le pupille come in cerca di qualcosa che le mancasse, mentre dalla sue labbra smorte partivano voci interrotte. La levatrice indovinò; si fece vicina: e mormorando frasi inintelligibili, con gesto imbarazzato, le sporse il bambino. A quella vista il corpo della giovane madre parve infiammarsi; un'ultima vampa di sangue le salì alle gote: diede un rauco accento di gioia suprema e, sbarrando gli occhi, stese le braccia per trascinarsi al petto quella piccola creatura delle sue viscere…

La piccola creatura era fredda ghiacciata.

Giulia la lasciò cadere di piombo sul letto ed ella stessa, prorompendo in un acuto grido, si gettò all'indietro, col seno scoperto, con la faccia immersa come un giglio nel volume delle treccie nere.

Lorenzo dovè tornarsene in paese per il medico. Egli camminava a grandi passi tra le siepi, sul sentiero campestre; intorno, il piano immensurato, rugiadoso, coi filari di roveri e di pioppi, con le acque terse e fredde, accoglieva una tenue luce suffondendola di lieve nebbia azzurrognola; non un alito di vento: non una foglia che stormisse e intanto, su dall'erbe, tra le biade, nei tronchi s'udivano le fioche voci diverse di mille insetti, come se fossero i fremiti della terra.

Era nella stessa campagna, in una simile notte, che la fanciulla aveva peccato vinta dal fascino della natura, vinta dalla pace del silenzio, vinta dalla poesia della solitudine. E Lorenzo, riflettendovi, avrebbe voluto lanciarsi in quell'acque sì tranquille che sorridevano al suo dolore, che schernivano il suo pentimento. Perocchè, troppo cieco, troppo semplice, era stato egli ad aprirgli ogni volta il cancello dell'orto: egli che non aveva mai fatto male, che non credeva si potesse far male;—e vedendo Giulia dileguarsi tra gli alberi, leggiera e silenziosa come un'ombra della notte, invece di raggiungerla, di arrestarla, di rinserrarla senza pietà, sentivasi tutto lieto al pensiero delle gioie che la attendevano, refrigerio solenne ai giorni monotoni del castello.

Nulla giovò il medico alla puerpera. Egli, desolato, disse che non c'erano più speranze e, dopo aver tentato invano di richiamarla ai sentimenti, se ne andò avvertendo che avrebbe mandato il prete. Infatti, di lì a qualche ora, il curato, solo, sinistro, con un involto sotto il braccio, arrivò nel momento che Giulia aveva dischiuso un poco gli occhi e domandato da bere. Lorenzo e la levatrice lasciarono la camera: e il prete, volendo approfittare di quel breve intervallo, staccò dalla muraglia un crocifisso di legno impolverato, s'accoccolò sovra la poltrona, cominciò per confessare la moribonda. "Com'è stato, dunque, poverina?" diceva. E Giulia, sgranandogli in faccia gli occhi, lo guardava curiosamente, come se non l'avesse mai visto, come se non l'avesse compreso. Il prete allora, senza scomporsi, proseguiva: "Sicuro: a questo fine si precipita quando non si rispetta Dio… tu non sei venuta mai alla messa, me ne rammento…"—Ma era inutile; Giulia non rispondeva; si rivolse dall'altra banda: fiatò penosamente, entrò in agonia.—Il curato richiamò i due che stavano su la porta; cavò dall'involto le ampolle; rialzò le coltri; le diede gli olî santi; s'inginocchiò sul tappeto e, col libro in mano, sbadigliando tratto tratto, recitò le ultime preghiere:—Lorenzo, tenendo le palme congiunte, era in piedi silenzioso, fermo come una pietra.

Così spuntò l'alba. E quando, lenta, lontana, dal campanile vibrò l'avemaria, la levatrice, svegliatasi di soprassalto col rosario ancora tra le dita, si levò dalla sedia, si chinò sul letto e vi scorse Giulia già cadavere.

Al dopopranzo di quel sabato ricomparve il medico, per constatarne la morte. In casa non trovò alcuno; soltanto Lorenzo aspettava su la panca del cortile e s'incaricò di condurlo attraverso i cameroni scuri e freschi, dai mobili vecchi, dai soffitti a travi scolpite. La scala, co' suoi gradini larghi e bassi di marmo bianco, anch'essa era sepolta nell'ombra; i balaustri a colonnette rigonfie salivano in pendìo, impolverati; all'ingiro, mezzo occulte da strati di calce, figuravano dipinte gigantesche femmine, lanciate in una danza vaporosa e tacita da forse due secoli;—su, in cima, nelle sale a vòlta, si vedevano mille screpolature, sentivasi un tanfo d'antichità: e i passi dei due uomini, risonando sul pavimento, echeggiavano di camera in camera maestosi. D'un tratto Lorenzo, sempre taciturno, tirò un catenaccio, aperse i battenti d'una porta stretta, fregiata di pitture guaste, poi, scopertosi il capo, entrò nella stanza funeraria e ne socchiuse le imposte, avanzandosi diritto, simile ad un uomo sordo che non ode nulla, che non s'occupa di nulla. Un raggio di luce rosea, scivolando tra le aperture, si fermò in un angolo; il lumicino posto al suolo mandò sprazzi fumosi e la fiamma ondulò, scossa ai piccoli colpi dell'aria che perveniva dal corridoio. Pareva dimenticata ad accompagnar quel corpicino, tutto giallo come una statua di cera, che giaceva sul materasso coi piedi riuniti, con la testa enorme, con le coscie larghe, quasichè fosse ancora nel grembo della madre: la quale, nell'angolo rischiarato lungo il muro, sovra quattro seggiole messe vicine col dorso all'infuori, distendevasi inerte, nascosta da un lenzuolo. Il medico sollevò quel drappo della morte; sotto gli apparve la persona sottile di Giulia, avvolta in vesti candide, con le caviglie e coi polsi legàti da corone; il suo volto livido s'incorniciava in un fazzoletto da cui sfuggivano poche ciocche di capelli arruffàti; il collo aveva un colore terreo, una rotondità floscia: gli occhi vitrei, fissi, chiedevano ancora vendetta, maledicevano ancora a qualcuno.