Poscia entrarono insieme nella casa.
—È strano! è strano!—continuava il principale perdendo la testa.—I ladri! per la finestra! ed hanno sparato lo schioppo!
Matteo Vento cercò di acchetarlo.
—Signor padrone, ho fatto il mio dovere. Ma ella non ha fatto il suo. Ora è tardi. Inutile muovere lamenti. Erano uomini furbi, col pelo su lo stomaco. Non per nulla riuscirono a derubar quel proprietario di Gromo ed il mugnaio di Fiumenero: stavolta è toccato a lei. Metta un voto a Santa Caterina, che ha salva la pelle!
IV.
Una vittima.
I due fratelli, ciechi di rabbia, dichiararono un'altra volta che non se ne volevano impicciare. Essere già abbastanza compromessi; aver già perduto l'onore in causa di Giulia: credersi fin troppo indulgenti a permettere ch'ella rimanesse in casa e che in casa compiesse l'ultima imfamia cui l'aveva condotta la sua colpa. Non poterle perdonare; far le pratiche opportune per separarsene sùbito: apparecchiarsi anzi a interdirle una porzione del patrimonio ereditato. Giulia su le prime sperò ancora che i fratelli, così crudeli in apparenza, non avrebbero avuto coraggio di abbandonarla nel punto estremo; sperò che si sarebbero mossi a pietà, per essere stata sempre affettuosa con loro ed anche credersi molto innocente nel fallo in cui era precipitata. Quando comprese che la risoluzione minacciata era proprio irremovibile, quando s'accorse che la sfuggivano e che a vederle i fianchi grossi le gittavano parolaccie di sprezzo o di insulto, allora si rivolse completamente al suo Vittorio, al solo Vittorio, pensando che era meglio così, perchè d'ora innanzi forse non sarebbero più divisi; le carezze dell'amante, uniche per lei su la terra, le sembrerebbero più care ed ammorzerebbero anche il rimorso d'una imprudenza inesorabilmente punita.
Con tal fede Giulia, molti giorni prima di mettersi a letto, scrisse una pagina passionata all'amico e gliela fece pervenire per mezzo di Lorenzo, il vecchio servo stato complice principale di quell'amore ma che adesso, lagrimoso, pallido, strappavasi i capelli bianchi, pentito di non aver interrotta a tempo una simile tresca apportatrice di tanti guai alla sua padroncina, alla sua figliola. Passarono due settimane interminabili, mestissime, senza che giungesse nè pure una risposta di Vittorio; il terribile istante s'avvicinava: Giulia ignorava ancora che sarebbe di sè.—Finalmente, un venerdì mattina, Lorenzo entrato nella camera della poveretta la svegliò per consegnarle una lettera che aveva ricevuto dal giovane con grande mistero, con grandi precauzioni. Giulia si fece aprire le griglie; ringraziò il buon servo e, lacerata trepidando la busta, lesse avidamente. Ma non era ancora arrivata alla fine che le si oscurò la vista, il sangue le affluì al cuore e dalle dita tremanti il foglio le cadde al suolo. Vittorio confessava di non poterla aiutare; compiangeva la sua condizione; avrebbe voluto chiederla in moglie;—ma gli mancavano due anni alla laurea;—la scongiurava a non perdersi d'animo, a lasciar passare la burrasca e a confidare nella provvidenza;—giovane, bella e ricca avrebbe poi sempre trovato da collocarsi meglio che con un miserabile avvocatuzzo; conservasse buona memoria di lui che, alla sua volta, non dimenticherebbe le dolci ore godute insieme ed un affetto così gentile.
Allora soltanto Giulia aperse gli occhi. L'animo di quel traditore le apparve in tutta la sua viltà; percossa in poco tempo da tanti colpi, non ebbe nè anche la forza di illudersi maggiormente e di lenire il proprio cordoglio con altre lusinghe: il disinganno era completo. Perciò, dispersa rabbiosamente quella pagina brutale dopo averla ridotta in brani, si distese, bianca, dissanguata, immobile, su le coltri deserte: e, senza dare un gemito, senza versare una lagrima, aspettò la notte intanto che il servo, imaginando l'accaduto, s'affaticava indarno a consolarla, a baciarla, a supplicarla, balbettando, singhiozzando, inginocchiandosi a terra, chiamandola coi nomi più affettuosi. La fanciulla aveva preso una risoluzione anch'ella: tacere, languire e morire in un'agonia degna della sua disgrazia, in un'agonia d'inferno che ricadesse tutta sul capo di chi l'aveva provocata.
Quando, verso sera, l'assalsero improvvisamente le prime doglie! l'affanno, l'ira, il raccapriccio avevano precipitato il parto. Ma, invece di atterrirsene, Giulia, a quel doloroso annuncio della maternità, d'un tratto sentì rinascersi a vita; una promessa nuova per l'avvenire le brillò nella mente: i nuovi doveri che si sarebbero richiesti da lei la persuasero che i suoi giorni potrebbero essere utili ancora nel mondo per qualcheduno. E già, colorandosi le guancie, con la fantasia esaltata per la febbre si vedeva ignota, lontana, in altro paese, tranquilla e felice al fianco d'un pargoletto, che sbocciasse come un fiore sul tradito seno materno, che imparasse dalla sua bocca a pronunciare i primi accenti, che crescesse simile a lei nell'occhio, nel viso, nella pietà. Allora per la sventurata si replicherebbe l'esistenza solitaria e serena trascorsa nel decrepito castello dai saloni vasti e vuoti, dalle umide muraglie, dalle finestre altissime, dove, orfana, era sorta semplice ed ignara del mondo in mezzo ai fratelli ruvidi e interessàti presso i quali, unica donna della casa, aveva fatto le veci d'una madre o d'una schiava, amandoli, obbedendoli, sopportandoli, servendoli. Il suo bambino le rammenterebbe i tempi soavi perduti; ella farebbe ancora da madre: amerebbe, obbedirebbe, servirebbe alle tenere voglie di lui: una seconda vita di pazienza, di lavoro, di abnegazione, di sacrificio sarebbe il guidernone d'ogni antico dolore; i baci del suo fanciullo ben la delizierebbero più che baci di quell'infame, al quale potrebbe for'anco augurare gioie non meritate e l'oblio d'un rimorso inevitabile.