In un salto, sempre con la mazza nella destra, si trovò dentro l'acqua. Curvò la schiena e, passo passo, aiutandosi con le mani, tastando il letto del canale per evitar le buche, traversò il condotto oscurissimo, le cui pareti stillavano goccie fredde ed erano coperte di muffa. In pochi secondi arrivò all'estremità opposta; quella bianca luce lunare gli ferì la vista come una fiamma: credeva scorgere da per tutto macchie di sangue. E, fattosi puntello con la mazza, rapidamente scavalcò il piccolo parapetto per modo che mise piede a terra.

A Bondione dal campanile vibravano le dodici; lente come rintocchi funebri.

Ma il freddo provato nell'acqua, spinte o sponte, aveva calmato assai le prime ire del giovanotto. Egli, prima di risolversi ad entrar nella camerina del principale, fece tra sè un breve ragionamento. Cioè: se passando per quell'uscita avesse potuto sopraggiungere il principale, in mezzo alle tenebre, in luogo nascosto, senza probabilità di un soccorso per lui, che avverrebbe? Una bega era inevitabile. E che razza di bega! Il principale avrebbe assaggiato il sapor della mazza, dei pugni e degli schiaffi. Fortuna poi che il forno era spento. Se no, questa era proprio l'occasione per alimentarne la fiamma con la pancia del gradasso. Fargli semplicemente paura? mettersi a rischio di essere scacciato e di perdere il pane? coi ricchi non teniamo alcun mezzo di vendicarci. Essi hanno sempre ragione. Quando si è costretti a dipendere da qualcheduno, si diventa suoi umilissimi servi. Egli può anche mandarci in galera e non cesserà di essere onorato e riverito come un principe. Inoltre: perchè spaventar Scolastica, la quale, via! si comportava bene in questo negozio? darle un dispiacere, comprometterla forse, arrischiare di dover poscia rinunciare a lei?

Questione grave. Ma l'operaio non istette lungamente in dubbio. Pochi attimi bastarono a risolverlo. Siccome l'uscio della camerina era chiuso, egli con un fortissimo urto lo spalancò. Il lettuccio, naturalmente, non era toccato; al capezzale stava ancora lo schioppo, ritto e lucente, col grilletto alzato per isparare. Matteo Vento al chiaror della luna potè muoversi liberamente, come se fosse in casa propria. Andò alla tavola, tolse il cassetto e vi spinse entro le mani. Trovò sùbito quattro mucchi di scudi, oltre una scodella di legno piena di spiccioli, coi biglietti di banca. Se ne empì le tasche e buttò la tavola per terra. Indi corse alla finestrola e con la mazza fracassò un paio di lastre. Aperse le vetrate: con un altro colpo di mazza spezzò le sbarre e guastò il davanzale. Finalmente, dato di piglio allo schioppo, sollevò la canna verso la ferriera e pum! lasciò partire la carica. Nello stesso tempo, collocatosi fuor nel cortile, cominciò a gridare con quanto fiato aveva in gozzo:

—Aiuto! aiuto! i ladri!

* * *

Il principale al rimbombo dello schioppo accorse bianco per la paura. Rientrò dal cortile, donde era partito poco prima. Quando vide Matteo dinanzi alla porta in frantumi e con la mazza tra le dita, comprese tutta la sua disgrazia.

—Rovinato!—gemeva il povero uomo.

Matteo Vento fingeva di non sapere.

—Come! signor padrone! non era in casa? oh! quale imprudenza! non l'avrei immaginato! ed io che lo credeva morto! udendo il colpo di fucile pensai che me lo avessero accoppato.