—Se qualcheduno di Lizzola…

—Impossibile: in questi giorni stanno tutti a casa.

La vecchia era persuasa. Di nascosto però seguitava a piangere e pregare. Martino intanto, persa la solita parlantina (questo più che tutto sgomentava sua moglie), sollevandosi un poco sui guanciali ben coperto di lana e di pelli, guardava per la finestra i monti opposti, separàti da lui da un abisso, oltre i quali, prima di giungere dove era Fermo, erano altre valli, altri gioghi, altri abissi; e, al loro piede; le cascine, i ponti, i campanili, i cimiteri coi cipressi sparsi di neve, come persone ammantellate di bianco.

Alla mattina il vecchio si svegliò agitatissimo.

—Ho fatto un cattivo sogno—mormorò. Poi, dopo aver meditato un pezzo, mentre Elena vestivasi:—e quei due? che diamine fanno? dove si cacciarono? perchè Fermo non viene a trovar suo padre ed a presentargli la moglie?

La vecchierella per la centesima volta ripetè la stessa cosa:

—Fermo è a Corteno; si è sposato ieri mattina, alle dieci, nella chiesa parrocchiale. Lo condussero a casa e gli diedero da mangiare e dormire. Oggi sarebbe qui se non fosse nevicato. Aspettiamolo. Non vorrà nevicare eternamente. Ogni stagione ha la sua evoluzione.

Anche quel giorno trascorse malinconicamente. I due vecchietti continuarono a borbottare l'uno con l'altra. Verso l'avemaria capitò una vicina a domandar notizie del malato. Fermo non si nominò neppure: le femmine indovinarono che bisognava distrarre il pensiero di Martino e gli parlarono di tutt'altre cose. Ma nell'accomiatarsi la vicina s'indugiò un momento su la porta: Lizzola, immersa nelle tenebre, emergeva i suoi rustici tetti biancheggianti nel cielo.

—È fioccato troppo quest'anno—disse Elena.

—Sicuro; per quei poveri diavoli che devono viaggiare…