Ben tosto arrivarono Tata e Nanno vaccaro, fratello di Lorenzo ferraio, il quale portava un par di scarponi da mettere all'ordine. Venne anche Toniello e la conversazione tra i quattro uomini si fece più viva che mai.

Papà Gedeone rammentò loro i propri viaggi, le manovre che aveva fatto in Germania e la rivista che aveva subìto davanti all'imperatore d'Austria col re di Sassonia. Erano in ottantamila sotto le armi, quella volta, e per la vecchia città di Dresda non si udivano che rulli di tamburi e squilli di tromba.

—Oh! i bei tempi! e che buona birra!—mormorava papà Gedeone.—Per mezza zvanzica se ne aveva due boccali ed inoltre ogni mattina i furieri distribuivano un'oncia di tabacco a ciascun uomo. Nel giorno della rassegna mi diedero due zvanziche. Affrattellàti insieme, ungaresi, boemi, danesi, tirolesi, croati, veneti e lombardi, percorrevamo le vie cantando come pazzi: e ci lasciavano cantare. Fu un giorno fortunato. Vidi allora per la prima volta il mio pendolo in una bottega d'orologiaio e per ben tre anni lo vagheggiai attraverso la vetrina senza poterlo acquistare. Finalmente ottenni il mio congedo: aveva quattro fiorini disponibili; entrai dall'orologiaio: quanto volete?—Zwei gulden.—Hier sind sie. Geben Sie mir die Uhr.—E partii trionfalmente col mio tesoro sotto il braccio, dopo averne udita la storia per filo e per segno dal venditore. Egli me lo aveva garantito fin da quel giorno, il buon tedescaccio, e non mi ingannò, sangue di mia nonna. Gli italiani invece sono impostori e ladri. Bisogna averli conosciuti quei croati per poterli giudicare come si deve. Erano duri; ma non mentivano mai, ma non rubavano mai i denari a nessuno e non credo che in tutta la terra, non faccio per vantarmi, ci sia un orologio compagno del mio.

Papà Gedeone voleva proseguire il suo elogio dell'onestà croata, quando le parole gli furono interrotte in bocca da un subitaneo oscillamento negli ingranaggi del pendolo; tutti alzarono gli occhi e nel silenzio della bottega vibrò, lungo, straziante, interminabile, il segnale della sveglia. Il cilindro di piombo s'abbassava a poco a poco tremando nell'aria come in preda ad un brutto male ed il martelletto picchiava barbaramente il bronzo a foggia di fungo. Le orecchie ne erano intronate e il sangue si gelò sul cuore di papà Gedeone.

Finalmente il peso, avendo percorso tutto lo spazio concesso dalla funicella, s'arrestò presso la parete palpitando ancora per la paura presa; negli ingranaggi accadde come uno scombussolamento generale e il martelletto si fermò interrogando il vuoto: anche il pendolo cessò di ondulare e gli occhi di Guglielmo Tell rimasero immobili di colpo, sbarràti, curiosi, senza saperne il perchè.

Nanno vaccaro corse a chiamar suo fratello ferraio e Toniello accompagnò Gedeone presso l'orologio tenendogli alta la lucerna: non c'era che dire, bisognava che ci fosse qualche guasto, l'orologio era forse rovinato.

Ed intanto, nell'ombra che facevano i due uomini, Tata e Martuccia frementi e raggianti di gioia si baciarono due o tre volte su la bocca.

Poi Tata venne anch'egli presso suo zio e con aria compassionevole disse:

—Vedete, zio, se non è una trappola?

Martuccia sorrideva. Quanto a papà Gedeone era proprio sconsolato.