Tata, avendo messo lo stivale destro, diede un colpo a terra per meglio adagiarvi il piede e fece qualche passo nella bottega. Ma ben presto cominciò a far di quelle smorfie, di quei visacci, di quelle bocche!

—Ahi! ahi!—gemeva il povero diavolo zoppicando.—Impossibile! Avete fatto la punta troppo stretta. Ci voleva un centimetro più comoda. Son rovinato.

Papà Gedeone cercò di gridare.

—Ma se ho misurato, ma se ho fatto largo come il campanile! ma se ho tagliato giù un piede buono per san Cristoforo!

—Insomma non si può. Io non voglio guastarmi il piede. Quand'è guastato è guastato.

—Trentacinque franchi alla malora!—gemette papà Gedeone buttando gli stivali sotto la tavola.—Bei guadagni che faccio. Ma non importa. Succeda quel che vuole succedere. Te ne preparerò un altro paio. Torna giovedì prossimo. Fuori, fuori. Chiudo la bottega.

Tata dovette andarsene.

—Contento voi, contento tutti—esclamò mentre usciva in istrada.

E al giovedì seguente fu puntuale. Sul deschetto lo aspettava un secondo paio di stivali, più belli dei primi, a cui il vecchio, aiutato dal garzoncello, dava l'ultima spalmata di grasso.

—Fatti?