—Sì, vi dico. Un uomo, un uomo, un uomo. È lui. Adesso vedrete….
—Non farti male; Procolo, torna indietro!—gemeva la vecchia.
Ma Procolo non udiva più, fingeva di non udire. Si appressò alla porta della rimessa e stette origliando. Padre e madre lo raggiunsero. Un filo di luce partito dal lumicino traversò le fessure e andò forse a turbar ne' suoi pensieri, nel sonno, la persona ch'era là dentro. Si udì un piccolo gemito.
—Vi pare?—disse Procolo.—Aperse e penetrò nella rimessa. Papà Benigno, serio serio e quasi imbronciato, lo seguiva. A destra, verso il fondo, dietro una catasta di legna, scorgevasi a terra un mucchio di paglia; ad un metro di lontananza, in mezzo alla camera, stava una scodella vuota: sopra la paglia un'ombra nera immobile.
Procolo brandì la pala di ferro, tese innanzi il lume e guardò.
Rimase stupefatto.
Su la paglia giaceva quel cagnaccio bruno ferito durante il giorno, quando si era aperto il portone. La povera bestia nel delirio della febbre guardava con gli occhi timidi e lucenti; la sua zampa, fasciata da una mano pietosa, tendevasi rotta ed inanimata.
—L'ho sempre detto io che sei un gaglioffo—proruppe Benigno. E andò via borbottando.
* * *
Procolo ardì entrar nella camera nuziale. Luigia sopra una cassa piangeva dirottamente.