—Niente matto! Lo fossi!—E, abbassando la voce, guardandosi intorno, domandò:

—Vi siete accorti che oggi tre o quattro volte Luigia si è allontanata durante la cena, è uscita nel cortile con alcuni pacchi nascosti sotto il grembiale e quando rientrava era confusa ed inquieta?

—Non ci siamo accorti di nulla—dissero i due vecchi.

—Ebbene, ho visto io.—E preso il lume s'avvicinò alla porta d'uscita. Egli era male in gambe.

—Seguitemi—susurrò con voce sepolcrale.

* * *

Era una bella sera. Di quelle sere invernali fredde ma azzurre che non sono frequenti nella campagna lombarda. Il cielo vedevasi punteggiato di stelle e l'aria sembrava più limpida, più buona a respirare.

Procolo, suo padre e sua madre traversarono il cortile deserto. Su per i muri della casa arrampicavansi le sottili ombre delle viti; il suolo duro suonava ad ogni passo. E il lumicino mandando intorno la sua luce tremula rischiarava la scala esterna di legno, con la sbarra contorta, e, più sotto, le finestrine dai vetri appannàti, e, più oltre, i fienili gonfi di biada, le stalle chiuse, i carri solitari. Procolo andò al portone e diligentemente lo serrò, sbarrandolo con la piccola trave e il catenaccio. Indi, afferrata una verga di acciaio che si era staccata da un de' carri, mosse verso la cascina. Giunto a poca distanza dal muro si volse di botto.

—Vedete la rimessa?—mormorò.—Ebbene, là c'è un uomo.

—Oh! per amore!—gridò la vecchia spaventata. Papà Benigno, non più sorridendo, levò le palme di tasca.