Ma Procolo era sempre triste: una ruga gli traversava la fronte e il suo occhio non brillava come quel degli altri.
Scoccarono le dieci: bisognava separarsi; la famiglia di Luigia si apparecchiò a partire: nuove grida, nuove proteste, nuove promesse da ogni parte. Quelli fuor dell'uscio insistevano perchè quelli di dentro si staccassero una buona volta; quelli di dentro non terminavano mai di salutarsi. Finalmente se n'andarono; i camerati, per prendere un po' d'aria, proposero d'accompagnare a casa le donne: si munirono di bastoni e sigari, bevettero l'ultima bicchierata e poi via.
La cucina restò deserta, nel suo disordine, piena di fumo e d'aria calda. S'avvicinava il momento solenne: il rustico talamo chiamava i due sposi per iniziarli alle sue delizie. Luigia tornò dall'aver condotto i suoi fino al portone di strada: depose il lumicino alla tavola e gettò un sospiro. Ella sentiva un penoso malessere, un'angoscia indefinibile, una paura strana: l'ignoto che stava per affrontare la sgomentava. Attese che Procolo dicesse la prima parola. Papà Benigno e sua moglie stavano in piedi, guardandoli silenziosamente.
Procolo si rivolse ad essi.
—Ho da parlarvi—proruppe. Egli fremeva. Indicò a Luigia l'uscio della camera matrimoniale e la invitò ad entrarvi. Luigia lo guardò arrossendo, stupita, quantunque ciò dovesse recarle piacere. Come! non veniva sùbito con lei? Anche la mamma strabiliava.
—Ho da parlarvi, mi pare—ripetè Procolo con gli occhi luccicanti; la sposa, senza aprir bocca, si scostò, aperse l'uscio, scomparve.
—Che significa questa cosa?—mormorava papà Benigno.
Procolo riflettè un istante poi disse:
—Aveva ragione io di esitare quando mi avete proposto colei…
Prendete. Ora è troppo tardi.
—Sei matto?—aggiunse allora sua madre.