Trecento e più erano i prigioni ai quali doveva farsi il processo. La impresa pareva grave; ma Jeffreys aveva immaginato come renderla lieve. Fece intendere che l’unico mezzo di ottenere perdono o mitezza di pena, era il confessarsi colpevole. Ventinove individui, i quali confidavano nello spirito patrio, dichiarati convinti, furono senza alcun indugio legati insieme. Gli altri prigioni si confessarono rei a centinaia. Contro dugentonovantadue fu profferita sentenza di morte. Coloro che vennero impiccati nella Contea di Dorset furono settantaquattro.
Da Dorchester Jeffreys si condusse ad Exeter. La guerra civile era giunta appena alle frontiere del Devonshire. Quivi, dunque, comparativamente poche furono le persone condannate a morire. La Contea di Somerset, sede precipua della ribellione, era stata serbata all’ultima e più tremenda vendetta. In quella Contea, dugentotrentatrè prigioni in pochi giorni furono impiccati, strascinati per le vie, e squartati. In ogni luogo dove due strade s’incrociassero, in ogni mercato, sul prato d’ogni grosso villaggio che avesse dati soldati a Monmouth, cadaveri in catene sbattuti dal vento, o teschi e membra confitti sui pali, attoscavano l’aria, e facevano inorridire i viandanti. In molte parrocchie, il contadiname non poteva ragunarsi nella casa di Dio, senza vedere il teschio del vicino digrignante i denti dal portico. Il Capo Giudice si trovava nel proprio elemento. Come procedeva l’opera di sangue, ei si sentiva rifare d’animo. Sghignazzava, mandava gridi di gioia, scherzava, bestemmiava da farsi credere da mattina a sera briaco. Ma in lui non era facile distinguere la frenesia prodotta dalle malvagie passioni, da quella cagionatagli da’ liquori spiritosi. Uno de’ prigioni protestò che i testimoni addottigli contro non erano degni di fede. Uno di loro, ei disse, era un papista, l’altro una prostituta. «Svergognato ribelle,» esclamò il Giudice «osi fare riflessioni sui testimoni del Re? Ti vedo, scellerato, già ti vedo col capestro al collo.» Un altro dichiarò d’essere buon protestante. «Protestante!» disse Jeffreys; «volete intendere presbiteriano; ci scommetterei. Io so fiutare un presbiteriano a quaranta miglia di distanza.» Un malarrivato uomo mosse a pietà anche i Tory più acerrimi. «Milord,» dissero eglino «questa povera creatura vive della carità della parrocchia.»—«Non pensate,» disse il Giudice «libererò io la parrocchia di cotesto carico.» Non erano solo i prigioni coloro che erano segno al suo furore. Gentiluomini e nobili di gran conto e d’intemerata lealtà, i quali provavansi di fargli conoscere qualche circostanza attenuante, erano quasi certi di ricevere ciò che egli, nello sconcio dialetto da lui imparato nelle osterie di Whitechapel, chiamava un colpettino con la parte aspra della sua lingua. A Lord Starnell, Pari Tory, il quale non potè frenare il ribrezzo ch’egli provava vedendo l’iniquissimo modo di macellare i suoi vicini, in punizione venne appeso alla porta del parco un cadavere in catene.[454] Da tali spettacoli ebbero origine molti terribili racconti, che gli agricoltori della Contea di Somerset solevano narrare col bicchiere colmo di sidro ai fuochi di Natale. Negli ultimi quaranta anni, i contadini, in alcune contrade, ben conoscevano i luoghi maledetti, e dopo il tramonto vi passavano mal volentieri.[455]
Jeffreys gloriavasi d’avere impiccati più traditori egli solo, che non tutti insieme i suoi predecessori dal tempo della Conquista in poi. Certo è che il numero dei giustiziati da lui in un mese e in una Contea, sorpassò quello di tutti i delinquenti politici che sono stati giustiziati nell’isola nostra dalla Rivoluzione in qua. Le ribellioni del 1715 o del 1745, durarono più lungamente, e furono più estese e di più formidabile aspetto di quella che fu spenta in Sedgemoor. Non si è comunemente creduto che dopo la ribellione del 1715 e quella del 1745, la Casa di Hannover si mostrasse clemente. Eppure, tutte le esecuzioni capitali del 1715 e del 1745 congiunte insieme, parranno poche in confronto di quelle che infamarono il Tribunale di Sangue. Il numero dei ribelli impiccati in quella occasione da Jeffreys fu di trecento venti.[456]
Tanta strage doveva disgustare chiunque, anche se quegli sciagurati fossero stati generalmente esosi. Invece, per la maggior parte, erano uomini di vita irreprensibile, e profondamente religiosi. Consideravano sè stessi, ed erano considerati da moltissimi loro vicini, non come malfattori, ma come martiri che suggellavano col proprio sangue la verità della religione protestante. Pochi de’ condannati si mostrarono pentiti del già fatto. Molti, animati dall’antico spirito puritano, andarono incontro alla morte, non solo con fortezza, ma con esultanza. Invano i ministri della Chiesa stabilita gli ammonivano intorno alla colpa della ribellione, e alla importanza della assoluzione del prete. La pretesa del Re ad autorità illimitata nelle cose temporali, e la pretesa del clero al potere spirituale di legare e di sciogliere, movevano a riso quegl’intrepidi settarii. Taluni di loro composero inni in prigione, e li cantavano sulla funebre treggia che li menava a guastare. Cristo—cantavano essi, mentre spogliavansi per patire il macello—sarebbe tra breve venuto in terra a redimere Sion, ed a far guerra a Babilonia; avrebbe innalzato il proprio vessillo, suonata la tromba, e reso ai suoi nemici dieci volte più quel male che era stato fatto ai suoi servi. Le estreme parole loro furono notate; le loro lettere d’addio serbate come tesori; ed in tal modo, mescendovi qualche invenzione o esagerazione, formossi un copioso supplemento al martirologio de’ tempi di Maria la Bevisangue.[457]
LVI. È pregio dell’opera fare speciale menzione di alcuni casi. Abramo Holmes, ufficiale veterano dello esercito parlamentare, uno di quei zelanti che non vorrebbero altro Re che Re Gesù Cristo, era stato preso in Sedgemoor. Nel furore della battaglia gli era stato orribilmente fracassato un braccio, e non essendovi lì pronto un chirurgo, il robusto vecchio soldato se lo amputò da sè. Fu condotto a Londra, ed esaminato dal Re in Consiglio; ma non volle sottomettersi. «Io sono un uomo vecchio,» disse egli «e i giorni che mi rimangono a vivere non valgono il prezzo d’una bugia o d’un atto di viltà. Io sono stato sempre repubblicano, e lo sono ancora.» Fu rimandato alle contrade occidentali, ed ivi impiccato. Il popolo s’atterrì nel vedere che le bestie le quali dovevano trascinarlo alla forca, divennero restie e tornarono indietro. Holmes anch’egli dubitava l’Angelo del Signore, come nei tempi antichi, non istesse in sulla via con la spada in pugno, invisibile all’occhio umano, ma visibile a quello degli animali. «Fermate, signori,» egli esclamò «lasciatemi andare a piedi. In questo fatto si asconde più di ciò che voi pensate. Rammentatevi come l’asina vedesse colui che il profeta non poteva vedere.» Andò con piè fermo alla forca, sorridendo favellò al popolo, pregò fervidamente Dio perchè affrettasse la caduta dell’Anticristo e la liberazione della Inghilterra; salì la scala, e per iscusarsi che non saliva speditamente disse: «Voi lo vedete, io ho un braccio solo.»[458]
LVII. Non meno animosamente morì Cristoforo Battiscombe, giovine avvocato di buona famiglia ed agiata, il quale in Dorchester, piacevole città di provincia, altera del gusto e della cultura che vi regnava, veniva da tutti ammirato come esempio del gentiluomo compito. Grande fu l’interesse a salvargli la vita. Si credeva in que’ luoghi, che fosse promesso sposo d’una giovine signora di gentile lignaggio, sorella dello Sceriffo; che ella si gettasse ai piedi di Jeffreys per implorare mercè, e che Jeffreys la cacciasse via con uno scherzo così osceno, che ripeterlo offenderebbe la decenza e l’umanità. Il suo amante patì la pena con pietà e coraggio in Lyme.[459]
LVIII. Interesse anche maggiore destò la sorte di due valorosi fratelli, Guglielmo e Beniamino Hewling. Erano giovani, avvenenti, compiti, e bene imparentati. L’avo loro materno chiamavasi Kiffin; era uno de’ principali mercatanti di Londra, e generalmente considerato come capo dei Battisti. Jeffreys trattò nel Processo con insigne brutalità Guglielmo Hewling, dicendogli: «Voi avete un nonno che merita d’essere impiccato splendidamente al pari di voi.» Il povero giovanetto, che aveva soli diciannove anni, soffrì la morte con tanta mansuetudine e fortezza d’animo, che un ufficiale dell’armata, il quale assisteva alla esecuzione della sentenza, e
s’era reso notevole per asprezza e severità, ne fu stranamente
intenerito, e disse: «Non credo che il Lord Capo Giudice stesso potrebbe sostenere questo spettacolo.» Nutrivasi speranza che a Beniamino sarebbe concesso il perdono. E davvero, una vittima di teneri anni bastava allo strazio d’una sola famiglia. Lo stesso Jeffreys era, o simulava d’essere, proclive alla clemenza. Vero è che uno de’ suoi congiunti, dal quale egli sperava molto, e che perciò non poteva essere da lui trattato come generalmente lo erano gli altri intercessori, favellò vigorosamente a favore della derelitta famiglia. Fu quindi differita la esecuzione della sentenza, onde riferirsi a Londra. Una sorella del condannato andò con una supplica a Whitehall. Molti de’ cortigiani le desiderarono prospero successo; e Churchill, che fra i non pochi suoi falli non annoverava la crudeltà, ottenne che venisse ammessa alla presenza del sovrano. «Con tutto il cuore desidero che la vostra preghiera venga esaudita,» disse egli, mentre con la donna aspettava in anticamera. «Ma non v’illudete di speranze. Questo marmo» e toccò con la mano il caminetto «non è più duro del Re.» La predizione avverossi. Giacomo fu inesorabile. Beniamino Hewling morì con animo indomito fra i lamenti degli spettatori, ai quali non poterono frenarsi di fare eco i soldati che stavano schierati intorno alla forca.[460]
LIX. Eppure, i ribelli dannati a morire erano meno degni di commiserazione, che coloro i quali rimasero in vita. Parecchi prigioni, ai quali Jeffreys non potè in nessuna guisa apporre il delitto di crimenlese, furono dichiarati rei di cattiva condotta, e condannati ad una fustigazione non meno terribile di quella inflitta ad Oates. Una donna, accusata di alcune sconsiderate parole quali erano state profferite da mezze le donne delle contrade dove infuriava la guerra, fu condannata ad essere flagellata in tutte le città di mercato della Contea di Dorset. Patì parte della pena innanzi che Jeffreys fosse ritornato a Londra; ma come egli più non fu nelle contrade occidentali, i carcerieri, con la caritatevole connivenza de’ magistrati, presero sopra di sè la responsabilità di non darle altre torture. Una sentenza anche più terribile fu profferita contro un giovinetto chiamato Tutchin, processato come reo di parole sediziose. Secondo il costume, il Giudice con detti osceni e scurrili lo interruppe mentre si difendeva: «Voi siete un ribelle; e tutta la vostra famiglia, da Adamo in qua, è stata di ribelli. Mi si dice che siate poeta; io rimerò versi con voi.» La condanna fu sette anni di prigionia, e la fustigazione, da infliggerglisi ciascun anno in tutte le città di mercato della Contea di Dorset. Le donne che trovavansi nelle gallerie, dettero in uno scoppio di pianto. L’istruttore del processo alzossi grandemente turbato, dicendo: «Milord, lo accusato è assai giovane; e molte sono le città di mercato nella Contea. La sentenza equivale ad una fustigazione ogni quindici giorni per sette anni.»—«Se egli è giovane d’anni,» disse Jeffreys «è vecchio di ribalderia. Donne, voi non conoscete bene, come lo conosco io, questo bricconcello. La pena non è nè anche metà di quella che meriterebbe. S’interessi anche tutta l’Inghilterra, nulla m’indurrà a mitigarla.» Tutchin in preda alla disperazione scongiurò, e forse con ischiettezza, lo impiccassero. Avventuratamente per lui, in quella occasione cadde malato di vajuolo, e fu lasciato libero. E posciachè pareva molto probabile che la sentenza non verrebbe mai eseguita, il Capo Giudice si indusse al perdono in compenso d’una grossa mancia che gettò il condannato in fondo alla miseria. L’indole di Tutchin, per lo innanzi non mite, fu esasperata fino alla frenesia per effetto di ciò ch’egli aveva sofferto. E’ visse per diventare uno de’ più virulenti e pertinaci avversari della Casa Stuarda e del partito Tory.[461]
LX. Il numero de’ prigioni deportati da Jeffreys fu ottocento quarantuno. Costoro, assai più miseri de’ loro colleghi dannati a morte, furono distribuiti a branchi e concessi a persone godenti il favore della Corte. Le condizioni del dono, furono che i condannati verrebbero trasportati oltremare come schiavi, che non sarebbero emancipati per dieci anni, e che il luogo del loro confine fosse qualcuna delle isole dell’Indie Occidentali. Questa ultima condizione fu con sommo studio immaginata per accrescere la infelicità degli esuli. Nella Nuova Inghilterra o nella Nuova Jersey avrebbero potuto trovare una popolazione disposta a mitigare le loro miserie, ed un clima non isfavorevole alla salute ed alle forze loro. Fu quindi deliberato mandarli in quelle colonie nelle quali un puritano non avrebbe potuto aspettarsi di destare un poco di compassione, e dove un lavorante nato sotto la zona temperata avrebbe avuto poca salute. Ed erano tali le condizioni del traffico degli schiavi, che que’ nuovi infelici, non ostante la lunghezza del viaggio e le infermità in cui sarebbero probabilmente caduti, valevano molto. Jeffreys calcolò che, l’un per l’altro, pagate tutte le spese, valevano da dieci a quindici lire sterline ciascuno. E però ci furono molte ostinate contese a farseli concedere. Alcuni Tory delle contrade occidentali d’Inghilterra credettero d’avere, a cagione degli sforzi fatti e de’ danni sofferti nel tempo della insurrezione, diritto a essere partecipi degli utili che erano stati sollecitamente carpiti dai parassiti di Whitehall. Nondimeno i cortigiani la vinsero.[462]
La sciagura degli esuli uguagliava appieno quella de’ Negli che oggidì vengono trasportati da Congo al Brasile. Da’ migliori documenti che finora si conoscano, risulta che la quinta parte di coloro che furono imbarcati, vennero, avanti che finisse il viaggio, gettati in pasto ai pesci. Questa mercanzia umana fu stivata nel fondo di piccoli legni. Così poco era lo spazio, che gl’infelici, molti de’ quali erano anche tormentati dalle ferite non per anche richiuse, non potevano tutti insieme giacere senza che l’uno si ponesse sull’altro. Non gli lasciavano mai venire sul ponte. I boccaporti erano sempre guardati da sentinelle armate di coltelli e di tromboni. In fondo alla nave tutto era tenebre, puzzo, lamenti, morbi e morte. Di novantanove condannati che trasportava una nave, ventidue morirono prima che giungessero alla Giamaica, quantunque il viaggio fosse fatto con insolita celerità. Quei che rimasero vivi, quando arrivarono al luogo del loro servaggio, avevano sembianza di scheletri. Per alcune settimane avevano avuto cattivo biscotto ed acqua fetida in così poca quantità, che sarebbe appena bastato ad uno solo quel tanto che doveva servire per cinque. Trovavansi quindi in tale stato, che un mercatante al quale erano stati affidati, reputò necessario, innanzi che li vendesse, ingrassarli.[463]