LXXX. Si la presenza che lʼassenza di lui erano egualmente cagione di timore al Lord Luogotenente. Gli era veramente doloroso vedersi ogni giorno umiliato dal suo nemico; ma non eragli di minor dolore il sapere che il suo nemico ogni giorno susurrava calunnie e pessimi consigli alle orecchie del Principe. Clarendon era tormentato da molte e diverse vessazioni. In una sua gita nellʼinterno dellʼisola, sʼera veduto trattare con disprezzo dalla popolazione irlandese. I preti cattolici romani esortavano le loro congregazioni a non fargli nessun atto di riverenza. I gentiluomini indigeni invece di andare a complirlo, rimanevano nelle proprie case. Il contadiname indigeno da per tutto cantava canzoni in lingua ersa in lode di Tyrconnel, il quale tra breve sarebbe riapparso ad umiliare pienamente i loro oppressori.[186] Il vicerè era appena ritornato a Dublino dalla sua poco soddisfacente gita, allorquando gli giunsero lettere che gli annunciavano il Re essere seriamente sdegnato contro di lui. La Maestà sua—dicevano tali lettere—aspettarsi che i suoi ministri non solo adempissero i suoi comandamenti, ma gli adempissero di cuore e con esultanza. Esser vero che il Lord Luogotenente non aveva ricusato di cooperare alla riforma dellʼarmata e dellʼamministrazione civile, ma averlo fatto con ripugnanza e con negligenza: il suo aspetto avere tradito il sentimento dellʼanimo: tutti essersi accorti comʼegli disapprovasse la politica che gli era stato commesso di recare ad effetto.[187] Immerso in amarissima angoscia, scrisse lettere onde difendersi; ma gli fu bruscamente annunziato, la sua difesa non essere soddisfacente. Allora, con abiettissime parole, dichiarò che non avrebbe tentato di giustificarsi; si sarebbe sobbarcato riverente alla sentenza, qualunque si fosse, del principe; si sarebbe prostrato nella polvere onde implorare perdono, dacchè egli sincerissimamente pentivasi, e riputava glorioso il morire pel suo sovrano: ma gli era impossibile di vivere percosso dallʼira di lui. Tali parole non movevano da sola ipocrisia dʼinteresse, ma, almeno in parte, da animo prettamente servile e meschino; avvegnachè, nelle lettere di confidenza non destinate ad andare sotto gli occhi del Re, Clarendon si spassionasse nel medesimo tono lamentevole con la propria famiglia: sè essere degno di pietà, sè ruinato, sè non aver forza da sostenere la collera del Re, sè non curare punto la vita ove non vi fosse mezzo a placare lʼira dellʼadorato principe.[188] Il misero si sentì accrescere in cuore lo spavento, come seppe essersi già deliberato in Whitehall di richiamare lui, e fargli succedere il suo rivale e calunniatore Tyrconnel.[189] E in tanto, per alcun tempo lʼavvenire parve rischiararsi; il Re era di buon umore; e per pochi giorni Clarendon sʼilluse credendo che la intercessione del fratello fosse prevalsa, e la tempesta abbonacciata.[190]

LXXXI. La tempesta, invece, era appena incominciata. Mentre Clarendon studiavasi di appoggiarsi a Rochester, Rochester non bastava a sostenere sè stesso. Come in Irlanda il fratello maggiore, quantunque avesse le Guardie dʼonore, la spada dello Stato e il titolo dʼEccellenza, era sottoposto di fatto al Comandante delle armi; così in Inghilterra il fratello minore, quantunque ritenesse il bastone bianco e la precedenza, in grazia del suo alto ufficio, sopra i grandi nobili ereditari, andava diventando un semplice impiegato nelle finanze. Il Parlamento fu nuovamente prorogato a un tempo lontano, contro i noti desiderii del Tesoriere. Nè anche gli fu detto che doveva esservi unʼaltra proroga, ma ei ne lesse la nuova nella Gazzetta. La effettiva direzione degli affari era passata nelle mani della cabala, che il venerdì pranzava a casa di Sunderland. Il Gabinetto si ragunava solo per udire la lettura deʼ dispacci giunti dalle Corti straniere; nè tali dispacci contenevano più di quel che si sapesse alla Borsa Reale; imperocchè tutte le legazioni inglesi avevano ricevuto ordini di porre nelle lettere officiali solo i discorsi ordinari delle anticamere, e comunicare privatamente i segreti importanti a Giacomo stesso, a Sunderland o a Petre.[191] E di ciò la vincitrice fazione non era paga. Coloro deʼ quali il Re si fidava, gli dicevano che la ostinatezza con che la nazione avversava i disegni di lui, era veramente da attribuirsi a Rochester. In che guisa avrebbe potuto il popolo credere che il sovrano fosse incrollabilmente risoluto a perseverare nella via nella quale sʼera messo, vedendogli a lato, ostensibilmente primo per possanza e fiducia fra i suoi consiglieri, un uomo che, come tutti sapevano, disapprovava grandemente quella via? Ogni passo che il principe aveva fatto ad umiliare la Chiesa Anglicana, ed esaltare quella di Roma, era stato avversato dal Tesoriere. Era pur vero, che qualvolta aveva sperimentata vana ogni opposizione, egli si era sottomesso di malavoglia; chè anzi aveva cooperato a mandare ad esecuzione quegli stessi progetti chʼegli aveva con estremo calore contrastati. Egli era vero che, quantunque abborrisse la Commissione Ecclesiastica, aveva consentito di essere uno deʼ Commissari. Era anche vero, che mentre dichiarava di non trovare nessuna cagione di biasimo nella condotta del vescovo di Londra, aveva ripugnantemente votato a favore della sentenza che lo cacciò dalla sua sede. Ma ciò non era bastevole. Un principe dedito ad unʼintrapresa così grave ed ardua come quella in cui Giacomo sʼera messo, aveva diritto dʼesigere dal suo primo ministro, non una acquiescenza fatta mal volentieri e senza grazia, ma una zelante e fortissima cooperazione. Mentre con tali consigli la cabala tentava di continuo lʼanimo di Giacomo, gli giungevano per la posta-di-un-soldo molte lettere cieche, ripiene di calunnie contro il Lord Tesoriere. Questo modo dʼaggressione era stato immaginato da Tyrconnel, e concordava perfettamente con ogni azione della sua vita infame.[192]

Il Re esitava. Eʼ sembra, a dir vero, che portasse singolare affetto al suo cognato, e per lʼaffinità, e per la lunga dimestichezza, e per molti scambievoli buoni uffici. Pareva probabile che finchè Rochester avesse continuato a sottoporsi, quantunque lento e mormorando, alle voglie del Re, sarebbe rimasto, di nome, primo ministro. Sunderland, quindi, con finissima astuzia suggerì al proprio signore la convenevolezza di chiedere a Rochester lʼunica prova dʼobbedienza; prova che Rochester, senza alcun dubbio, non avrebbe mai data. Per allora—tale era il linguaggio dello scaltro segretario—tornava al Re impossibile consigliarsi col primo deʼ suoi ministri intorno a ciò che gli stava più a cuore.

LXXXII. Era doloroso il pensare che i pregiudicii religiosi, in sì grave negozio, dovessero privare il Governo di un tanto aiuto. Forse non era impossibile vincere simiglianti pregiudicii. Allora lo ingannatore bisbigliò sapere che Rochester di recente avesse manifestato qualche dubbio intorno i punti in questione tra i Protestanti e i Cattolici.[193] Ciò fu bastevole perchè il Re prendesse un partito. Cominciò a lusingarsi di potersi sottrarre alla necessità di allontanare da sè un amico, e nel tempo stesso assicurarsi un esperto coadiutore alla grandʼopera chʼera in via di compiere. Fu anche solleticato dalla speranza dʼacquistare il merito e la gloria di avere salvata unʼanima dalla eterna perdizione. Eʼ pare in verità, che intorno questo tempo fosse invaso da un insolito e violento accesso di zelo per la sua religione: la qual cosa è più da notarsi in quanto era pur allora ricaduto, dopo un breve intervallo dʼastinenza, nella dissolutezza; che tutti i teologi cristiani condannano come peccaminosa, e che in un uomo maturo, ed ammogliato ad una giovine e leggiadra donna, anche dai mondani è giudicata riprovevole. Lady Dorchester era ritornata da Dublino, e nuovamente divenuta concubina del Re. Politicamente il suo ritorno non era dʼalcuna importanza. Aveva imparato per propria esperienza, essere stoltezza ogni prova di salvare il suo amante dalla distruzione a cui correva diritto. E però lasciò che i Gesuiti lo guidassero nella condotta politica. Nondimeno, ella era la sola di parecchie donne abbandonate, che a quel tempo dividesse con la Chiesa Cattolica lʼimpero nel cuore di lui.[194] Sembra chʼei pensasse di fare ammenda di aver trascurata la salute dellʼanima propria, dandosi cura delle anime altrui. Si pose, adunque, ad operare con sincera volontà, ma con la volontà dʼun animo aspro, severo ed arbitrario, per la conversione del suo cognato. In ogni udienza accordata al Tesoriere, il tempo era speso ad argomentare intorno allʼautorità della Chiesa ed al culto delle immagini. Rochester aveva fermo in cuore di non abiurare la propria religione; ma non pativa scrupoli a ricorrere, per difendersi, ad artifici disonorevoli al pari di quelli che altri aveva adoperati ad offenderlo. Simulava di parlare come uomo che ondeggi nel dubbio, mostrava desiderio di essere illuminato ove si trovasse nellʼerrore, si faceva prestare libri papisti, ed ascoltava cortesemente i teologi papisti. Ebbe vari colloqui con Leyburn vicario apostolico, con Godden cappellano e limosiniere della Regina vedova, e con Bonaventura Giffard, teologo educato alla polemica nelle scuole di Doaggio. Fu stabilito che vi sarebbe una disputa formale tra cotesti dottori ed alcuni ecclesiastici protestanti. Il Re disse a Rochester, di scegliere qualunque ministro della Chiesa Anglicana, da due soli allʼinfuori. I due esclusi erano Tillotson e Stillingfleet. Tillotson, il più popolare predicatore di queʼ tempi, e per costumi lʼuomo più inoffensivo del mondo, aveva stretta relazione con alcuni dei principali Whig; e Stillingfleet, che avea voce di destro maneggiatore di tutte le armi della controversia, era anche più esoso a Giacomo per avere pubblicata una risposta agli scritti trovati nella cassa forte di Carlo II. Rochester elesse i due regi Cappellani, che per avventura trovavansi di servizio. Uno di loro chiamavasi Simone Patrick, i cui commentari sopra la Bibbia formano ancora parte delle biblioteche teologiche; lʼaltro era Jane, Tory virulento, il quale aveva cooperato a formulare il decreto, con cui la università dʼOxford aveva abbracciate le peggiori follie di Filmer. La conferenza seguì in Whitehall il dì 30 novembre. Rochester, che voleva non si sapesse lui avere consentito a porgere ascolto agli argomenti deʼ preti papisti, si fece promettere secretezza. Non fu presente altro uditore che il Re. La discussione versò intorno alla presenza reale. I teologi cattolici romani assunsero lʼincarico di provarla. Patrik e Jane ragionarono poco; nè era mestieri consumare molte parole, perocchè lo stesso Conte imprese a difendere la dottrina della sua Chiesa; e come soleva succedergli, tosto riscaldato dal conflitto, perdè il proprio contegno, e domandò con gran forza, se era da sperarsi chʼegli si inducesse mai a cangiare religione per argomenti sì frivoli. Poi si rammentò del rischio che egli correva, cominciò nuovamente a dissimulare, lodò i dottori per lʼarte e la dottrina che avevano mostrata nella disputa, e chiese tempo a meditare sopra ciò che avevano detto.[195]

Comecchè Giacomo fosse di tardo intendimento, non poteva non accorgersi che il cognato non diceva da senno. Il Re disse a Barillon, che il linguaggio di Rochester non era quello dʼun uomo che sinceramente desideri di giungere al vero. Nondimeno, non amava di proporre al cognato direttamente di eleggere o lʼapostasia o la destituzione: ma tre dì dopo la conferenza, Barillon recossi a visitare il Tesoriere, e con lunga circonlocuzione e molte espressioni dʼamichevole affetto, gli rivelò la spiacevole verità. «Intendete forse» disse Rochester imbrogliato dalle confuse e cerimoniose frasi del ministro francese, «intendete forse che ove io non mi faccia Cattolico, la conseguenza ne sarà che debba perdere il mio posto?»—«Non parlo punto di conseguenze» rispose lo scaltro diplomatico. «Vengo solamente come amico a dirvi chʼio spero che abbiate cura di tenere il vostro posto.»—«Ma certo,» disse Rochester «ciò chiaramente significa che o mi debba fare Cattolico, o andar via.» Gli fece molte dimande onde chiarirsi se Barillon parlasse per ordine del principe, ma non potè ricavarne se non vaghe e misteriose risposte. Infine, simulando una fiducia chʼegli non aveva punto, disse a Barillon che sʼera lasciato ingannare dalle oziose ciarle deʼ maligni, e concluse: «Vi dico che il Re non mi destituirà, e chʼio non rinunzierò mai. Io conosco lui; egli conosce me; e non ho timore di nessuno.» Il Francese rispose essere lieto, essere incantato di sentir ciò; e che lʼunica cagione onde era stato mosso ad intromettersi in cotesta faccenda, era stata la sincera ansietà chʼegli provava per la prosperità e lʼonore del suo egregio amico il Tesoriere. E in tal guisa partironsi, ciascuno illudendosi dʼavere gabbato lʼaltro.[196]

Intanto, malgrado le promesse di serbare il secreto, la nuova che il Lord Tesoriere avesse consentito ad essere ammaestrato nelle dottrine del papismo, erasi sparsa per tutta Londra. Patrick e Jane erano stati veduti entrare per quella porta misteriosa che conduceva alle stanze di Chiffinch. Alcuni Cattolici Romani che rigiravano in Corte, avevano indiscretamente o ad arte propalato tutto ciò che sapevano, ed altro ancora. I Tory aderenti alla Chiesa Anglicana, stavano ad aspettare più fondate notizie. Incresceva loro il pensare che il loro capo si fosse mostrato ondeggiante nelle proprie opinioni; ma non sapevano indursi a credere chʼei sarebbe sceso alla abbiettezza dʼun rinnegato. Lo sventurato ministro, straziato a unʼora dalle sue feroci passioni e dai suoi bassi desiderii, molestato dal pubblico biasimo e dalle parole allusive di Barillon, trepidante di perdere la riputazione e lʼufficio, si condusse alle secrete stanze del Re, col proponimento di mantenere lo impiego, ove avesse potuto farlo, abbassandosi ad ogni specie dʼinfamia, tranne una sola. Farebbe sembiante di tentennare nelle sue opinioni religiose, e dʼessere mezzo convertito; prometterebbe di sostenere con ogni sua possa quella politica fino allora da lui oppugnata: ma nel caso che ei si vedesse ridotto agli estremi, ricuserebbe di abbandonare la propria religione. Cominciò, dunque, con dire al Re: lo affare che importava tanto alla Maestà Sua, non sonnacchiare; Jane e Giffard attendere a rovistare libri intorno ai punti controversi fra le due Chiese; ed appena finite le loro lucubrazioni, essere convenevole un altro colloquio. Lamentò quindi amaramente come la città tutta sapesse ciò che avrebbe dovuto tenersi gelosamente nascosto, e come taluni, i quali per la loro posizione potevano supporsi bene informati, riferissero strane cose intorno aglʼintendimenti del principe. «Si vocifera» disse egli «che ove io non faccia siccome la Maestà Vostra vorrebbe, non sarei più oltre tollerato nel mio ufficio.» Il Re rispose con qualche espressione di cortesia, essere malagevole impedire i chiacchiericci del popolo, nè doversi badare alle scempie storielle. Siffatte inconcludenti parole non potevano calmare la perturbata mente del ministro; il quale, anzi, sentendosi violentemente agitato cominciò a supplicare per lo impiego come avrebbe fatto per la propria vita. «La Maestà Vostra vede bene chʼio fo tutto ciò che posso per obbedirvi. E davvero chʼio farò tutto il possibile per obbedirvi in ogni cosa. Vi servirò come vorrete. Anzi farò ogni sforzo per abbracciare la vostra fede; ma non mi si dica, che mentre mi provo di piegare a ciò lʼanimo mio, ove io nol possa, debba perdere ogni cosa. Imperocchè bisogna dire alla Maestà Vostra esservi altri riguardi...»—«Bisogna dirmi! bisogna dirmi!» esclamò il Re con una bestemmia. La minima parola che suonasse onesta e vigorosa, sfuggita fra mezzo a tanto abietto supplicare, bastò a muoverlo ad ira. «Spero» disse il misero Rochester «di non avervi offeso, o Sire. Vostra Maestà certamente non avrebbe fatto buon giudicio di me, qualora non avessi parlato in cotesta guisa.» Il Re ritornò in sè, protestò di non sentirsi offeso, e consigliò il Tesoriere a spregiare le ciarle, e ragionar nuovamente con Jane e Giffard.[197]

LXXXIII. Dopo siffatto colloquio, corsero quindici giorni innanzi che gli giungesse il colpo fatale. Rochester spese queʼ quindici giorni a intrigare e supplicare. Studiossi di rendere a sè favorevoli quei Cattolici Romani che maggiormente influivano in Corte. Diceva loro di non potere rinunziare alla propria religione; ma, tranne ciò solo, esser pronto a far tutto quanto potessero desiderare. Soggiungeva che ove egli potesse rimanere in ufficio, avrebbero trovato più utile alla loro causa lui protestante, che qualunque altro della loro religione.[198] Si disse che la moglie di Rochester, la quale giaceva inferma, avesse implorato lʼonore dʼuna visita della molto offesa Regina col fine di muoverla a compassione.[199] Ma gli Hydes scesero invano a tanta abiezione. Petre gli odiava implacabilmente, ed aveva giurata la loro rovina.[200] La sera del diciassette dicembre, il Conte fu chiamato alle stanze del Re. Giacomo era stranamente commosso, e perfino aveva le lacrime sugli occhi. Quello istante, a dir vero, non poteva non isvegliare rimembranze tali da muovere anche un cuor duro. Disse rincrescergli grandemente che il proprio dovere glʼimponesse di sacrificare le sue inclinazioni private. Essere ormai impreteribilmente necessario, che coloro i quali stavano a capo deʼ suoi affari, abbracciassero le opinioni e i sentimenti suoi. Si confessò singolarmente obbligato a Rochester, e aggiunse non essere meritevole del più lieve biasimo il modo onde le finanze erano state da lui amministrate: ma lʼufficio di Lord Tesoriere era di sì grave momento, che, in generale, non era da fidarsi ad una sola persona, e da un Re Cattolico Romano non poteva fidarsi ad un uomo zelante della Chiesa dʼInghilterra. «Pensateci meglio, Milord,» continuò il Re «rileggete gli scritti trovati nella cassa forte di mio fratello. Vi concederò anche qualche altro poʼ di tempo, se così desideriate.» Rochester si accôrse che tutto era finito, e che il miglior partito che gli rimanesse a prendere, era quello di ritirarsi con quanto più danaro e credito gli fosse possibile; e bene vi riuscì. Ottenne una pensione vitalizia di quattro mila lire sterline annue per due vite, suʼ proventi dellʼufficio postale. Aveva accumulato gran copia di pecunia dagli averi deʼ traditori, e serbava la obbligazione scritta di quaranta mila sterline firmata da Grey, e una concessione di tutte le terre che la Corona aveva nei vasti beni di Grey.[201] Niuno era stato mai cacciato dal proprio impiego a condizioni così vantaggiose. Al plauso deʼ sinceri amici della Chiesa Anglicana, Rochester aveva ben poco diritto. Per mantenersi in ufficio, aveva seduto in quel tribunale illegalmente creato con lo scopo di perseguitarla. Per mantenersi in ufficio, aveva disonestamente votato la degradazione deʼ più cospicui ministri di quella, aveva simulato di dubitare della ortodossia, ascoltato con apparenza di docilità i maestri che la chiamavano scismatica ed eretica, e sʼera offerto di secondare i più accaniti nemici cospiranti a distruggerla. La maggior lode che egli potesse meritare, consisteva nello avere aborrito dalla enorme malvagità e vigliaccheria di abiurare pubblicamente, per amore di guadagno, la religione nella quale egli era nato e cresciuto, da lui creduta vera, e per lungo tempo e con ostentazione da lui professata. E nondimeno, la maggior parte degli aderenti alla Chiesa Anglicana, lo esaltavano, quasi fosse stato il più intrepido e puro deʼ martiri. Frugarono dentro il Vecchio e il Nuovo Testamento, dentro i Martirologi dʼEusebio e di Fox, per trovare esempi di paragone alla sua eroica pietà. Ei fu detto Daniele nella caverna deʼ leoni, Shadrach nella fornace ardente, Pietro nella prigione dʼErode, Paolo al tribunale di Nerone, Ignazio nellʼanfiteatro, Latimer nei ceppi. Tra i molti fatti che provano come a queʼ tempi fosse bassa la idea dellʼonore e della virtù negli uomini pubblici, il più convincente è forse lʼammirazione destata dalla costanza di Rochester.

LXXXIV. Nella sua caduta trascinò seco Clarendon. Il dì settimo di gennaio 1687, la Gazzetta annunziò al popolo di Londra, che il Tesoro era stato affidato ad una Commissione. Il giorno seguente, giunse a Dublino un dispaccio, in cui formalmente dicevasi che dentro un mese Tyrconnel avrebbe preso le redini del Governo dʼIrlanda. Non senza grande difficoltà costui aveva vinti i numerosi ostacoli che lo impedivano nel cammino dellʼambizione. Sapevasi come egli in cuore nutrisse la voglia di sterminare la colonia inglese in Irlanda. E però gli era necessario di vincere parecchi scrupoli che stavano nellʼanimo del Re. Doveva conquidere la opposizione, non solo deʼ membri protestanti del Governo, non solo deʼ moderati e rispettabili capi deʼ Cattolici Romani, ma altresì di parecchi membri della cabala gesuitica.[202] Sunderland rifuggiva dal pensiero di un rivolgimento religioso, politico e sociale, in Irlanda. Dalla Regina Tyrconnel era personalmente detestato. Per la qual cosa, Powis venne proposto come lʼuomo più atto alla dignità di vicerè. Era di nascita illustre; e comecchè fosse sinceramente Cattolico Romano, veniva daglʼimparziali Protestanti considerato come uomo onesto, e buono Inglese. Non pertanto, ogni opposizione cesse alla energia ed astuzia di Tyrconnel, il quale si mostrò infaticabile a strisciarsi, a bravazzare, a corrompere. Petre fu vinto dallʼadulazione. Sunderland si arrese alle promesse ed alle minacce. Un prezzo immenso,—niente meno che cinque mila lire sterline annue sopra la Irlanda, redimibili col pagamento di cinquanta mila lire sterline,—gli fu offerto. Ove tale proposta fosse respinta, Tyrconnel minacciava di rivelare al Re che il Lord Presidente, neʼ desinari chʼei soleva dare alla cabala tutti i venerdì, aveva dipinto la Maestà Sua come uno imbecille, chʼera forza governare per mezzo dʼuna donna o dʼun prete. Sunderland, pallido e tremante, offrì dʼottenere a Tyrconnel il supremo comando delle milizie, enormi emolumenti, in fine qual si fosse cosa, tranne lʼufficio di vicerè: ma ogni qualunque proposta venne ricusata; e fu mestieri cedere. La stessa Maria di Modena non andò immune della taccia di corruzione. Esisteva in Londra una famosa collana di perle, la quale stimavasi valere dieci mila lire sterline. Apparteneva già al principe Rupert, dal quale era stata lasciata a Margherita Hugues, cortigiana, che verso la fine della vita di lui, lo aveva grandemente dominato. Tyrconnel menava vanto di avere col dono di siffatta collana comperato la protezione della Regina. Furono nondimeno taluni, i quali sospettarono che cotesta asserzione fosse una delle verità di Dick Talbot, e che la non avesse miglior fondamento delle calunnie ventisei anni innanzi da lui inventate a denigrare la fama di Anna Hyde. Ai cortigiani cattolici romani parlò della incertezza onde essi tenevano gli uffici, gli onori e gli emolumenti loro. Disse, il Re poter morire da un giorno allʼaltro, lasciando tutti loro a discrezione di un ostile Governo, e dʼuna plebaglia ostile. Ma se la religione degli avi potesse predominare in Irlanda, se gli interessi inglesi potessero distruggersi, rimarrebbe loro, nel peggiore evento, assicurato un asilo dove riparare, venire a patti, o vantaggiosamente difendersi. Ad un prete papista fu promessa la mitra di Waterford, perchè predicasse in San Giacomo contro lʼAtto di Stabilimento; e il suo sermone, comecchè suscitasse profondo disgusto nel cuore di tutti glʼInglesi che stavano ad ascoltarlo, non andò privo dʼeffetto. Era cessata la lotta che lo amore di patria aveva fino allora nella mente del Re mantenuta contro la bacchettoneria. «Vi sono cose tali da eseguirsi in Irlanda,» disse Giacomo «cose tali, che nessuno Inglese vorrà mai fare.»[203]

Alla perfine, tolto di mezzo ogni ostacolo, Tyrconnel, nel febbraio del 1687, cominciò a governare la sua terra natia con la potestà e gli emolumenti di Lord Luogotenente, ma col titolo più modesto di Lord Deputato.