L. I vescovi edificavano tutti quelli che stavano loro dʼintorno, per la fermezza e la calma con che sostenevano la prigionia, per la modestia e mansuetudine onde accoglievano gli applausi e le benedizioni di tutto il paese, e per la lealtà chʼessi mostravano verso il loro persecutore, il quale agognava a distruggerli. Rimasero in carcere soli otto giorni. Il venerdì 15 giugno, chʼera il primo giorno dellʼapertura del giudizio, furono condotti dinanzi al Banco del Re. Immensa folla di popolo stavasi lì ad aspettarli. Dagli scali del fiume fino alla Corte gli spettatori erano in lunghe file schierati, colmandoli di benedizioni o di applausi. «Amici,» dicevano i prigioni passando «onorate il Re; e ricordatevi di noi nelle vostre preci.» Queste umili e pie parole commossero gli spettatori fino alle lacrime. Come essi giunsero al cospetto deʼ Giudici, il Procuratore Generale produsse la requisitoria, che aveva avuto incarico di preparare, e propose che agli accusati si desse ordine di favellare. I loro avvocati dallʼaltro canto obiettavano dicendo che i vescovi erano stati illegalmente rinchiusi in carcere, e quindi la loro presenza dinanzi la Corte non era regolare. Fu dibattuta lungamente la questione se un Pari fosse tenuto a firmare una obbligazione per presentarsi al giudizio, come incolpato di libello, e fu risoluta dalla maggior parte deʼ giudici a favore della Corona. I prigionieri allora si dichiararono non colpevoli. La discussione della causa fu rimessa a quindici giorni, cioè al 29 giugno. Frattanto furono posti in libertà dopo dʼessersi obbligati a presentarsi pel dì stabilito. I legati della Corona operarono con prudenza, non richiedendo mallevadorie. Imperciocchè Halifax aveva ordinate le cose in modo che ventuno Pari secolari fraʼ più cospicui fossero pronti a prestarsi come mallevadori, tre per ciascuno accusato; ed una tanta manifestazione di sentimento fraʼ nobili sarebbe stata di non lieve danno al Governo. Sapevasi ancora che uno deʼ più ricchi Dissenzienti della città aveva sollecitato lʼonore di dare cauzione per Ken.

Ai vescovi fu allora concesso di andarsene a casa loro. Il volgo che non sʼintendeva punto della procedura giudiciaria che aveva avuto luogo nel Banco del Re, e che aveva veduto i suoi prediletti pastori condotti sotto stretta guardia a Westminster Hall, ed ora li vedeva uscirne liberi, immaginò che la buona causa prosperasse, e diede in uno scoppio dʼapplausi. Le campane sonavano in segno di gioia. Sprat rimase attonito vedendo il campanile della sua Abbadia fare eco agli altri, e lo fece subitamente tacere; ma ciò provocò sdegnose mormorazioni. Ai vescovi riusciva difficile sottrarsi alle importunità della folla che gli acclamava. Lloyd fu ritenuto nel cortile di Palazzo dagli ammiratori che si accalcavano dʼintorno a toccargli la mano e baciargli il lembo della veste, finchè Clarendon non senza difficoltà lo trasse seco conducendolo a casa per una via traversa. Vuolsi che Cartwright fosse sì stolto da mischiarsi nella folla. Alcuno che lo vide in abito episcopale chiese e ricevè la benedizione. Ma un altro che gli stava accanto, gridò: «Sapete voi chi è colui che vi ha data la benedizione?»—«Certo chʼio lo so,» rispose il benedetto; «egli è uno deʼ Sette.»—«No,» riprese lʼaltro, «è il vescovo papista di Chester.»—«O papista cane,» esclamò rabbiosamente il Protestante, «ripigliati la tua benedizione.»

Tale era il concorso e tale il concitamento del popolo, che lo Ambasciatore dʼOlanda rimase meravigliato vedendo finire il giorno senza lo scoppio dʼuna insurrezione. Il re non era punto tranquillo. Per trovarsi parato a reprimere ogni commovimento, la mattina aveva passato in rivista in Hyde-Park vari battaglioni di fanteria. Non ostante, non è certo che in caso di bisogno le sue truppe gli avrebbero ubbidito. Quando Sancroft, nel pomeriggio, giunse a Lambeth, trovò i granatieri, i quali avevano quartiere in quel suburbio, dinanzi alla porta del suo palazzo. Schierati in fila a destra e a sinistra, gli chiedevano la benedizione mentre egli passava fra loro. A stento potè dissuaderli dallo accendere un falò ad onorare il suo ritorno a casa. Quella sera nondimeno furono molti i fuochi di gioia nella Città. Due Cattolici Romani che ebbero la indiscretezza di percuotere alcuni fanciulli intervenuti a cotesti festeggiamenti, furono presi dalla plebe, la quale strappò loro gli abiti, e ignominiosamente li segnò in fronte con un ferro infocato.[383]

Sir Eduardo Hales si recò presso i vescovi chiedendo dʼessere pagato. Essi rifiutarono di pagare cosa alcuna per una detenzione da essi considerata illegale, ad un officiale la cui commissione, secondo i principii loro, era nulla. Il Luogotenente accennò con intelligibilissime parole che ove gli cadessero nuovamente tra le mani, gli avrebbe messi ai ferri e fatti dormire sulla nuda terra. I vescovi risposero: «Siamo in disgrazia del Re, e profondamente ce ne rincresce; ma un suddito che ci minacci, invano perde il flato.» Non è agevole immaginare quale fosse la indignazione del popolo, allorchè, concitato come era, seppe che un rinnegato della religione protestante, il quale teneva un comando in onta alle leggi fondamentali della Inghilterra, aveva osato minacciare a quegli ecclesiastici, venerandi per età e dignità, tutte le barbarie della Torre di Lollard.[384]

LI. Innanzi che giungesse il giorno stabilito pel processo, lʼagitazione erasi sparsa fino alle più remote parti dellʼisola. Dalla Scozia i vescovi riceverono lettere con le quali i Presbiteriani di quel paese da tanto tempo e così acremente ostili alla prelatura, gli assicuravano della loro simpatia.[385] Il popolo di Cornwall, razza fiera, ardita, atletica, nella quale il sentimento della terra natia è più forte che in qualunque altra parte del Regno, fu grandemente commosso dal pericolo di Trelawney, da essi venerato meno come Principe della Chiesa che come capo dʼuna onorevole casata, ed erede, per venti generazioni, dʼantenati i quali erano famosi avanti che i Normanni ponessero piede in Inghilterra. Per tutto il paese il contadiname cantava una ballata, della quale tuttavia si rammenta lo intercalare che diceva così: «Dovrà morire Trelawney, dovrà morire Trelawney? Allora trentamila giovani di Cornwall ne vorranno sapere il perchè.» I minatori di fondo alle loro cave facevano eco a quel canto con questa leggiera variante: «Allora ventimila di sotto terra ne vorranno sapere il perchè.»[386]

I contadini in molte parti di quelle contrade ad alta voce parlavano dʼuna strana speranza che non sʼera mai spenta neʼ loro cuori. Dicevano che il Duca Protestante, il loro diletto Monmouth tra breve si mostrerebbe, li condurrebbe alla vittoria, e calpesterebbe il Re e i Gesuiti.[387]

I ministri erano costernati. Lo stesso Jeffreys sarebbe volentieri tornato addietro. Egli incaricò Clarendon dʼun amichevole messaggio ai vescovi, e diede ad altrui la colpa della persecuzione da lui consigliata. Sunderland di nuovo rischiossi a provare la necessità di fare concessioni, dicendo come il fortunato nascimento dello erede del trono apprestasse al Re il destro di ritirarsi da una posizione piena di pericoli e dʼinconvenevolezza senza acquistarsi il rimprovero di timidità o di capriccio. In cosiffatti felici eventi i sovrani avevano avuto costume di allegrare i sudditi con atti di clemenza, e nulla poteva tornare di tanta utilità al Principe di Galles, quanto lʼessere, fino dalle fasce, pacificatore del padre con lʼagitata nazione. Ma il Re stava più che mai duro. «Anderò avanti,» diceva egli. «Finora sono stato troppo indulgente; e la indulgenza trasse mio padre alla rovina.»[388]

LII. Lʼartificioso ministro si accòrse che Giacomo aveva per innanzi seguito i consigli di lui solamente perchè concordavano coglʼintendimenti suoi, e che dal momento in cui egli aveva cominciato a consigliare il bene, lo aveva fatto indarno. Nel processo contro il Collegio della Maddalena, Sunderland aveva mostrato segni di lentezza. Sʼera dianzi provato a persuadere il Re che il disegno di Tyrconnel di confiscare i beni deʼ coloni inglesi in Irlanda era pieno di pericoli, e col soccorso di Powis e Bellasyse aveva potuto ottenere che la esecuzione fosse differita ad un altro anno. Ma cotesta timidità e scrupolosità spiaceva al Re e gli aveva messo in cuore il sospetto.[389] Il giorno della giustizia era giunto per Sunderland. Egli trovavasi nelle condizioni in cui sʼera, alcuni mesi prima, trovato Rochester. Entrambi questi uomini di Stato provarono lʼangoscia di tenersi dolorosamente aggrappati al potere che visibilmente fuggiva loro di mano. Entrambi videro i suggerimenti loro con ischerno rigettati. Entrambi sentirono lʼamarezza di leggere la collera e la diffidenza nel viso e negli atti del loro signore; e nondimeno il paese gli chiamò responsabili di queʼ delitti ed errori dai quali invano sʼerano sforzati a dissuaderlo. Mentre sospettava chʼessi si studiassero di acquistarsi popolarità a danno dellʼautorità e dignità loro, la voce pubblica altamente accusavali che volessero conseguire il regio favore a danno del proprio onore e del bene della nazione. Nondimeno, malgrado tutte le mortificazioni e le umiliazioni, ambidue si tennero attaccati allo ufficio con la tenacità dʼun uomo che stia per annegarsi. Ambidue tentarono di rendersi propizio il Re simulando il desiderio di entrare nel grembo della sua Chiesa. Ma in ciò vi fu un limite che Rochester non osò travarcare. Si spinse fino sullʼorlo dellʼapostasia: ma retrocesse: e il mondo, a contemplazione della fermezza onde egli ricusò di fare lʼultimo passo, gli perdonò generosamente tutti i falli anteriori.

LIII. Sunderland, meno scrupoloso e suscettibile di rossore, deliberò di scontare la sua moderazione e ricuperare la regia confidenza, con un atto, che ad un cuore che senta la importanza delle verità religiose, deve sembrare uno deʼ più infami delitti, e che gli stessi mondani considerano come ultimo eccesso di bassezza. Circa otto giorni innanzi il dì stabilito pel gran processo, venne pubblicamente annunziato chʼegli era Papista. Il Re raccontava con gioia questo nuovo trionfo della grazia divina. I cortigiani e gli ambasciatori facevano ogni sforzo a non perdere il contegno, mentre il rinnegato asseriva dʼessere stato convinto da lungo tempo della impossibilità di trovare salvazione fuori della Chiesa di Roma, e che la sua coscienza non fu mai tranquilla finchè egli non ebbe rinunciato alle eresie nelle quali era stato educato. La nuova in breve si sparse. In tutti i Caffè raccontavasi come il primo Ministro dʼInghilterra, a piedi nudi, e con torcetto in mano, si fosse presentato alla porta della cappella regale, e umilmente picchiasse per essere messo dentro; come un prete di dentro dimandasse chi era egli; come Sunderland rispondesse: un povero peccatore, che lungo tempo aveva errato lungi dalla vera Chiesa, supplicare che la lo accogliesse e lo assolvesse; come allora le porte si aprissero, e il neofito fosse ammesso ai santi misteri.[390]

LIV. Questa scandalosa apostasia altro non fece che accrescere lo interesse col quale la nazione aspettava il giorno in cui dovevano decidersi le sorti deʼ sette animosi confessori della Chiesa Anglicana. Il Re quindi pose ogni cura a mettere insieme un Collegio di giurati ligi alle sue voglie. I legali della Corona ebbero ordine di fare rigorosa inquisizione delle opinioni di coloro i cui nomi erano registrati nel libro deʼ liberi possidenti. Sir Samuele Astry, Cancelliere della Corona, il quale in simili casi doveva scegliere i nomi, fu chiamato a palazzo ed ebbe un colloquio con Giacomo alla presenza del Gran Cancelliere.[391] Eʼ sembra che Sir Samuele facesse ogni sforzo: imperocchè fra i quarantotto individui da lui nominati, vʼerano, come si disse, vari servitori del Re e vari Cattolici Romani.[392] Ma poichè gli avvocati deʼ vescovi avevano diritto di cassare otto nomi, e servi del Re e Cattolici furono rigettati. I legali della Corona ne rigettarono altri dodici: in tal guisa la lista venne ridotta a ventiquattro; e i dodici che risponderebbero i primi allʼappello nominale dovevano giudicare del fatto.