Soli il cardinale Filomarino e l'Eletto del popolo Francesco Antonio Arpaia fecero sentire una parola di compassione tra gli strapazzi e gl'insulti di tutti. Essi pregarono il vicerè a risparmiare quelle povere donne, e così furono mandate nel Castel Nuovo, ove per alcuni giorni ebbero vitto ed abitazione, ed ove furono pure trattenuti in seguito il fratello, il cognato e gli altri parenti di Masaniello, che al primo conoscere della morte di lui, si erano fuggiti o nascosti[206].
III.
Ucciso Masaniello, il Duca d'Arcos credette che la rivoluzione con lui fosse omai spenta. Egli, ordinata una gran cavalcata, a cui intervennero i cavalieri e gli uffiziali o ministri principali dei regii tribunali, col cardinale arcivescovo e con buona guardia di fanteria e cavalleria ben armata, andò al Duomo per render grazie a Dio ed al Glorioso S. Gennaro, patrono principale della nostra città, per la quiete omai ottenuta, e girò lieto e contento pel Mercato e per le altre vie della città. Nello stesso tempo ordinò che si facesse l'inventario delle robe conservate tanto nella casa di Masaniello quanto nei magazzini del Mercato, del che fu dato incarico all'Eletto del popolo. Secondochè asserisce il buon prete Pollio, il quale accompagnava il compare in questa occasione, lo Arpaia chiamò per suo segretario Vito Antonio Cesarano, onde scrivere minutamente tutto ciò che ivi si fosse rinvenuto; e nel far l'inventario, molti dissero che gli uccisori di Masaniello, in quella notte che seguì la morte di lui, si avessero pigliato gran quantità di oro ed argento ed un baule di monete, trasportando il tutto per gli astrici della casa[207].
Poco dopo due bandi, uno dei 17 e l'altro de' 21 luglio, alle preghiere dello stesso Eletto e per far cosa grata al fedelissimo popolo, estendevano l'amnistia accordata pei fatti del 7 luglio in poi anche al fratello ed al cognato di Masaniello, che ne erano stati prima col bando dei 16 di quel mese eccettuati[208]. Se non chè Giovanni fu dato, come suol dirsi, in consegna a Marco di Lorenzo macellaio, che cogli onesti guadagni del suo mestiere, si aveva procurato grandi e straordinarie ricchezze, tuttora tradizionali nella memoria del popolo perchè lo guardasse in sua casa, trattandolo nel miglior modo che fosse possibile[209].
D'altra parte la moglie, la madre e la sorella di Masaniello cacciate dal Castel Nuovo[210], furono consegnate al Genoino, che era stato creato presidente della Regia Camera della Sommaria, e furono condotte alla casa di costui a S. Agnello dei Grassi ove per alcune settimane furono con conveniente assegnamento mantenute.
Ma il fuoco era coverto di cenere e non tardò guari a divampar nuovamente, ed in modo anche più terribile e funesto di prima. I tumulti dei mercanti e dei tessitori di seta, degli studenti forestieri, dei pezzenti, e perfin delle donne contro il governo del Banco della Pietà o Monte dei Pegni, ciascuno per la revindica dei proprii diritti perduti, o per l'abolizione di qualche abuso introdotto, manifestavano gli animi sempre torbidi ed inquieti del popolo, e facevano agevolmente prognosticare altre più gravi ed aperte ribellioni[211].
Il vicerè dal canto suo non negava cosa alcuna. Dissimulando, accordava e prometteva tutto, ben risoluto, quando che fosse, a non attender nulla.
In questo stato di cose non mancava che un'occasione qualunque, la quale soffiasse nella brace ad eccitar l'incendio, e desse ai tumultuanti un novello capo. Questa occasione presto si offerse. Per la imprudenza ed ambizione del presidente Cennamo ai 21 agosto una seconda generale sollevazione del popolo scoppiò nella piazza della Sellaria, e, sebbene per poco, fece nuovamente comparire nella storia della rivoluzione del 1647 la famiglia di Masaniello.
Le più antiche memorie, che io trovo della piazza della Sellaria rimontano al secolo XII. In quel tempo esso chiamavasi strada di Capo di piazza (platea capitis plateae). In due istrumenti uno dei 5 febbraio 1194, e l'altro del 6 dicembre 1198, accennati nella Platea del monastero di S. Severino della nostra città, si ricorda una casa con orto sita in Napoli in capo della strada detta Capo di Piazza, pertinenze di Portanova, non lontana dalla porta delli Monaci, e vicino alla chiesa dei SS. Cosmo e Damiano, grancia di detto monastero. Con un altro istrumento dell'anno 1263 la detta casa è descritta come sita accanto alla strada, che andava a S. Arcangelo (degli armieri), chiesa appartenente al monastero Cavense, giusta il muro pubblico, e la torre vecchia della città[212]. Documenti posteriori determinano con maggior precisione il sito di quella chiesa e della contrada circostante. Da essi rilevasi che quella era posta propriamente nella piazzetta, ora vico Molinello alla Sellaria, tra il vico Giudechella al Pendino, che allora e in tempi anche più remoti dicevasi Deposulum, ed indi fondaco di S. Martino, e la strettola degli armieri, già vico armentario armentariorum[213]. Nel 1743 questa chiesa fu profanata, e, come rilievo della citata Platea, la cona dei SS. Cosmo e Damiano, che era sull'altare maggiore di essa, fu trasferita nella cappella degli Spinola dentro la chiesa vecchia di S. Severino[214].
Qui in processo di tempo, e propriamente nel 1585, esisteva la bottega e l'abitazione di Giov. Leonardo Pisani speziale che fu uno dei principali istigatori e capi della sedizione della plebe napoletana e della infelice morte dell'eletto del popolo Giov. Vincenzo Storace[215], avvenuta nel maggio di quell'anno. Allorchè sedato il tumulto e rimesso l'ordine nella città, il vicerè dopo qualche mese procedette al giudizio ed al castigo di quelli che vi avevano preso parte, il Pisani, essendosi a tempo posto in salvo, fu condannato a morte in contumacia, la sua casa fu diroccata, e sul suolo di essa, ove si era seminato il sale, fu eretto un monumento, nel quale in apposite nicchie si collocarono le teste e le mani di 24 principali giustiziati con grate di ferro sopra perchè non potessero indi togliersi. Una iscrizione in mezzo ricordava il nome del Pisani, il delitto commesso, ed il castigo[216]. Per parecchi mesi quel miserando ed orribile spettacolo contristò lo sguardo dei napoletani, che passavano per quella via, una delle più frequentate della città; ma finalmente il vicerè successore, alle preghiere del nuovo Eletto del popolo Giov. Battista Crispo, permise che quella memoria di lutto e d'infamia venisse cancellata. Allora i teschi e le mani degl'infelici furono condotti al ponte Guizzardo ora della Maddalena, luogo di sepoltura dei giustiziati. Più di 2000 persone, molto clero, e diverse religioni di frati accompagnarono colle torce accese le postume esequie, solenne dimostrazione e pubblica protesta del popolo contro il governo spagnuolo[217].