Dall'altro lato della via Capo di Piazza, dopo l'angolo della strada di S. Biagio dei taffettanari ed il vicolo che dicevasi di Pistaso ed ora dei Ferri vecchi al Pendino, sorgeva nel secolo XII il palagio di Pietro delle Vigne, di colui cioè: che tenne ambo le chiavi del cor di Federico II, edificato sul suolo già appartenente al monastero Cavense. Ivi nel 1254 dimorò per alcun tempo papa Innocenzo IV, ed ai 7 Dicembre dello stesso anno vi morì. Ivi dopo tre giorni fu eletto il nuovo pontefice Alessandro IV, che vi si trattenne fino al maggio dell'anno seguente. Il palagio, che, tenuto anche conto della modesta maniera di abitare in quel tempo, dovette essere un edificio nobile e vasto, potette albergarvi il pontefice, la curia romana ed i cardinali del Sacro Collegio, ed avere oltracciò sufficiente località, ove tenersi il pubblico studio di teologia, decreti, decretali e leggi canoniche che lo stesso papa Innocenzo IV nella sua venuta in Napoli vi aveva istituito, fu coll'orto adiacente e cogli altri beni di Pier delle Vigne dal medesimo Papa Innocenzo IV conceduto alla famiglia dei Fieschi, cui egli apparteneva, ed alla quale in virtù delle convenzioni stipulate con Clemente IV nella investitura del reame, fu anche da Carlo I d'Angiò confermato. Ivi verso il 1285 dallo stesso re Carlo I furono collocate l'officina o zecca delle monete, e la corte dei conti che da essa dipendeva; ed ivi l'una e l'altra si tennero fino al 1333, allorchè furono trasportate dirimpetto la chiesa di S. Agostino nel sito, dove fino a poco fa era l'officina delle monete. In processo di tempo la casa pervenne alla famiglia Barbati, nobile del sedile di Montagna, ed indi nel secolo XVI alla corporazione dell'arte della lana. Così in essa si stabilirono le opere di bagnare, tingere, e frisare i panni, e tutto il fabbricato, al quale si accedeva dalla Sellaria e dal vicoletto di S. Palma, ebbe nei tempi di cui discorriamo, la denominazione di Fondaco della zecca dei panni[218].

La strada Capo di piazza, che, a quanto può rilevarsi dalle vecchie carte, distendevasi dal sito ove ora è la chiesa di S. Biagio fino al vicoletto Fate, o alla piccola chiesa di S. Giacomo dei Mormili da un lato, ed a poco più oltre la strada degli Armieri dall'altro, formava, sotto gli Svevi e gli Angioini, una delle ottine o piazze popolari della nostra città. Essa allora, come ordinariamente le altre piazze sì nobili come popolari, aveva il suo proprio sedile o teatro, che non sappiamo precisamente dove fosse collocato, e che, probabilmente dopo la riforma o la nuova costituzione data ai sedili di Napoli, nella seconda metà del secolo XIV, o cangiò nome o fu abolito, non trovandosene più memoria dopo il 1392[220]. Dopo quel tempo anche la strada perdette a poco a poco la sua primitiva denominazione, e prese quella di piazza della Sellaria (Ruga o Platea Sellariorum) dalla via che la continuava ad oriente e che comincia a comparire in alcuni documenti della fine del secolo XIII[222]. In un istrumento del 1334 ricordasi pure la via della Sellaria vecchia, che andava ad un'altra strada detta della Pullaria[223]. Sembra inoltre che anche in quel torno di tempo, l'antico sedile o qualche altro, pure appartenente all'ordine popolare, che nella medesima contrada a quello era forse succeduto, raccogliesse i diritti e le prerogative di tutti quei sedili popolari, che erano nell'ambito intero della vecchia città. Questo sedile, che aveva allato una casa ed una cappella intitolata a S. Chirico o S. Ciriaco, onde ingombravasi la via, secondo alcuni nostri scrittori, era posto nella piazzetta, ov'è la seconda fontana, e dove ora comincia la strada del Pendino. Per alcune dipinture, da cui era adornato, dicevasi volgarmente lo sieggio pittato[224]

Nel 1466 re Alfonso I d'Aragona ordinò che il sedile insieme colle fabbriche che vi erano attaccate, fosse diroccato, affinchè in tal modo si regolarizzasse quella strada che allora era la più bella ed ampia della città, e vi si potessero fare giostre e tornei, come nelle vie extramurane di Carbonara e delle Corregge. Il fatto produsse grande commozione e dispetto nel popolo grasso, come allora dicevasi la borghesia, e nel popolo minuto, la plebe. Si credeva che fosse stato quello un pretesto per favorire Lucrezia d'Alagno, che aveva la casa in quel sito, e che prevalendosi dell'amore ardentissimo a lei portato dal re, lo aveva indotto a far abbattere quell'edificio, onde rendersi spedito e libero l'aspetto della strada. Altri e forse non a torto, credettero che Alfonso avesse voluto ingraziarsi la nobiltà che vedeva mal volentieri come i popolani avessero un luogo proprio di riunione al pari dei nobili. Che che ne sia, certo è che ai 31 marzo dell'anno seguente 1456 il popolo radunato nella piazza della Sellaria tumultuò, la città tutta prese le armi, ed il re fu obbligato a cavalcare per le vie della medesima, onde placare gli animi esacerbati.

Fermandosi in mezzo alla piazza e parlando ai capi dei tumultuanti, Alfonso cercò di dimostrare il miglioramento che da quel fatto la contrada avrebbe avuto, annunziò le giostre che a divertimento del popolo aveva intenzione di farvi, promise d'intervenire ivi alla processione di S. Gennaro detta dei preti inghirlandati, solita farsi il primo sabato di maggio in ciascun anno, la quale, tolti gli impedimenti del Sedile e della casa che stavano in mezzo alla strada, sarebbe comparsa più sontuosa e più bella. La presenza del re, se non le ragioni da lui addotte, acquetò gli animi dei più; il bando che egli poi fece nel giorno seguente, con cui dispose di aggregarsi al sedile di Portanova i principali cittadini del popolo grasso, togliendone i capi e quei che formavano la forza principale dei malcontenti, estinse affatto il tumulto. In quello stesso giorno si cominciò, come dice un cronista, “a levare la silicata della piazza e spianare lo terreno, come si ci volesse fare la giostra, e la strada restò longa, diritta ed uguale dal capo de lo Pendino fino lo piede della via di Pistaso[225].„

E le giostre invero furono fatte, la processione fu con maggior pompa solennizzata, ma il popolo per parecchi anni restò senza rappresentanza e senza sede propria nel governo municipale, e quando dopo il breve dominio di Carlo VIII in parte nuovamente l'ottenne[226], non ebbe più un edificio speciale come i nobili, ma gli fu assegnato un locale nel convento di S. Agostino, ove nelle sue occorrenze potesse radunarsi. Senonchè la strada della Sellaria restò sempre come sede propria della giurisdizione popolare. Ivi nella processione di S. Gennaro, di cui innanzi ho parlato, si ergeva in ogni sei anni un catafalco, che raffigurava il distrutto sedile del popolo, e serviva temporaneamente a quelle stesse pompe, cui i sedili nobili, quando loro toccava, erano destinati. Ivi pure nella festa di S. Giov. Battista l'Eletto del popolo riceveva e faceva omaggio, come in propria dimora, al vicerè con istraordinari e magnifici apparati[227].

Ai tempi di D. Pietro di Toledo questa via ebbe pure altri miglioramenti. La chiesa di S. Felice in pincis, una delle antiche parrocchie della città, che era posta più su verso l'angolo della via di S. Agostino alla Zecca, e che usciva alquanto più in fuori della linea delle case da quel lato, fu per ordine del vicerè abbattuta, e la cura, che vi era, venne aggregata alla parrocchia di San Giorgio Maggiore[228]. Allora fu pure eretta una fontana nel sito, dove già credevasi posto il sedile del popolo coll'immagine di Atlante che sostiene il mondo, il tutto opra del famoso nostro scultore Giovanni Merliano da Nola col disegno dell'architetto Luigi Impò.

Da qui la strada prende ora il nome di Pendino, onde si denomina tutto il quartiere. Un tempo tale denominazione si restringeva solo a quel tratto, ove sbocca la via di S. Agostino alla Zecca, che scendendo in pendio da Forcella, si disse in prima Pendino di S. Agostino. Tenevasi ivi allora, come adesso per tutta la via, uno dei più affollati ed abbondanti mercati di commestibili in Napoli. Un arco antico finalmente, che non ha guari fu demolito, e la via che segue dei Zappari, chiamata nel secolo XIV piazza dei Vindi o dell'Inferno, chiudeva la storica contrada ad oriente, e ricordava il vecchio recinto della città, e la nascita di Bartolommeo Prignano, che poi divenne papa col nome di Urbano VI[229].

Or le strade della Sellaria e del Pendino nella mattina del 21 agosto di quel memorabile anno 1647, brulicavano più che mai di gente innumerevole, che alla voce sparsasi di tradimento contro il popolo, vi era precipitosamente accorsa da tutte le parti della città. Uomini di ogni età e condizione, lazzari e cappe nere[230], donne del popolo e fanciulli, e perfino frati non pochi ingombravano quelle vie già per l'ordinario così popolose. Uno era il pensiero di quanti ivi si raggruppavano in crocchio o a capannelli, uno il discorso di tutti dall'arco del Pendino alla cantonata dei Taffettanari.

Narravasi ai curiosi ignari della causa di sì nuova e subita indignazione, che Orazio di Rosa, volgarmente detto Razzullo, tintore e frisatore di panni abitante nel fondaco della zecca e capitano del popolo, nella sera antecedente insieme col mercante di seta Agostino Campolo, abitante a S. Biagio, aveva sorpreso tra le mani di Marco d'Aprea mercatante di drappi d'oro, e di Giuseppe Vulturale, una specie di petizione o fede che andavasi firmando, e con la quale si attestava come Fabrizio Cennamo, presidente idiota della regia camera della Sommaria, ed il consigliere Antonio d'Angelo, non di ordine del popolo ma per opra di alcuni privati loro nemici, fossero stati ai tempi di Masaniello incendiati; e quindi si domandava che s'istruisse d'un tal fatto regolare processo, e che i colpevoli ne ricevessero condegno castigo. Aggiungevasi essere questa una prima scappatoia, con la quale il vicerè cercava di violare le capitolazioni solennemente giurate nel Duomo ai 12 del passato luglio, e l'amnistia accordata con quelle e confermata nel 16 dello stesso mese. Con tal pretesto voler egli togliersi d'innanzi tutti coloro, che si erano adoprati al disgravamento ed al bene del popolo. Così a poco a poco si sarebbero rimesse le antiche gabelle e le innumerevoli estorsioni, che prima del 7 luglio opprimevano Napoli, i nobili avrebbero ripreso i loro vecchi abusi, ed il governo della città sarebbe tornato ad essere il monopolio di quelli. Ricordavansi pure con affetto le opere di Masaniello in beneficio del popolo che ora, senza un capo, non poteva sostenere i diritti ed i privilegi che si aveva rivendicati. Imprecavasi finalmente ai traditori della patria che ossequenti al vicerè davano mano al Cennamo ed al consigliere d'Angelo, e principalmente a D. Giulio Genoino, che tra musiche e banchetti, ora godevasi il posto di Presidente della regia Camera, prezzo ed arra di tradimenti passati e futuri[231].

Gli animi del volgo si esasperavano oltremodo a queste novelle, e più alle insinuazioni di alcuni, che avevano interesse a portar la rivoluzione oltre i limiti segnati da Masaniello. Tra costoro erano specialmente Giovan Luigi del Ferro da Arpino, il dottor Antonio Basso nativo di Napoli, e poeta non ignobile fi quei tempi, D. Carlo Pedata ebdomadario del Duomo, Don Pietro Iavarone, sacerdote della terra di Giugliano, il dottor Aniello de Falco e qualche altro di parte francese[232], i quali predicavano non potersi aver fede alcuna negli spagnuoli, e rammentavano le loro promesse spesso fallite, i privilegi della città, ottenuti col danaro e col sangue, tante volte spergiurati ed infranti, i reclami del popolo sempre vilipesi e scherniti. Qualche rara e timida voce di moderazione e di fiducia era accolta da beffe e da minacce, e con grida unanimi di abbasso gl'interessati, abbasso i giannizzeri[233], morte ai traditori. Omai al tumulto non mancava più che un indirizzo ed un capo qualunque, e bentosto l'uno e l'altro si ebbero.