All'angolo del Pendino in sulla svoltata della via dei Calderai, una vecchia vestita a bruno e salita sopra un poggiuolo accanto alla bottega di un salsumaio, apostrofava violentemente, tra i pianti e le strida, il popolo circostante. Era la madre di Masaniello, che il dolore e la disperazione rendevano veneranda ed eloquente. L'infelice rimproverava ai napoletani l'ingrata dimenticanza, con cui rimeritavano i beneficii ricevuti dai suoi figliuoli, mentre avevano lasciato trucidare barbaramente il primo e facevano ora perire nelle segrete di Castel Nuovo l'altro che pure tanto si era adoperato ed avrebbe ancora voluto adoperarsi in pro del popolo. Le parole e l'aspetto della misera genitrice, e più la memoria di Masaniello, determinavano i propositi fin allora incerti e contraddittorii della turba irritata: A palazzo, morte a D. Giulio Genoino, ed ai traditori della patria. Viva Giovanni d'Amalfi! gridò Ciommo Donnarumma, che era quel salsumaio parente di Masaniello, di cui facemmo cenno più sopra. Il grido fu ripetuto dall'un canto all'altro della via del Pendino e della Sellaria, e più migliaia di uomini e di donne si avviarono tumultuosamente verso il palazzo reale.
Il vicerè trovavasi allora in consiglio coi reggenti del Collaterale. Uso omai da qualche mese a queste continue dimostrazioni del popolo, egli alle dimande dei tumultanti di voler libero Giovanni d'Amalfi e consegnato nelle loro mani D. Giulio Genoino, traditore della patria, per mezzo di Bernardino Ferrero usciere della sua camera, rispose: Non poterneli soddisfare, aver mandato il primo a Gaeta per metterlo in sicuro dalle vendette dei suoi privati nemici, non trovarsi punto l'altro nel castello, come essi dicevano; ritornassero dunque tranquilli alle loro case, ai quotidiani lavori, e non disturbassero la quiete della città. La risposta del vicerè accrebbe l'ira dei rivoltosi. Alcuni di essi, volendo entrare nel palazzo, si avanzarono per far forza alle porte, altri con sassi cominciarono a molestare gli alemanni e gli spagnuoli, che vi erano di guardia. Ma costoro memori di quanto era avvenuto nella mattina del 7 luglio, erano preparati, giusta gli ordini del vicerè, a respingere la forza con la forza. Trassero quindi una scarica di archibugiate sugli assalitori, alla quale parecchi ne caddero morti o feriti, tutti gli altri, oltremodo impauriti, si gettarono a terra o fuggirono[234].
Le memorie del tempo narrano di una vecchia che scarmigliata, come una delle furie, inanimiva i lazzari ed i popolani all'assalto ed alla vendetta; ne tacciono però il nome[235]. A me pare assai verosimile che questa fosse la stessa Antonia, che l'amor materno rendeva furibonda e non curante della propria vita.
Io qui non dirò l'irritazione del popolo alla novella sparsa per la città di questo avvenimento, l'accorrere delle schiere di S. Lucia a Mare sotto il comando di Onofrio Cafiero, e del Mercato e del Lavinaio guidate da Gennaro Annese al Regio Palazzo, l'assalto e la presa dei monasteri della Croce, di S. Luigi e di S. Spirito, allora posti di rincontro al medesimo, e della collina di Pizzofalcone che domina tutta la contrada, la morte del presidente Cennamo eseguita in mezzo della piazza della Sellaria, e finalmente le fazioni indi per cinque giorni combattute tra i popolani e gli spagnuoli. Omai si veniva a guerra aperta. Al grido di: viva il re e muoia il mal governo, succedeva l'altro di: viva il popolo, morte agli spagnuoli. Le barricate s'alzavano a Visitapoveri nella strada di Porto, a S. Lucia, in istrada Toledo. I cannoni di Castello dell'Uovo traevano incessantemente su tutte le vie. La città era dovunque piena di strage e di lutto. Se non che il Cardinal Filomarino, richiestone da ambo le parti, anche questa volta s'interpose tra i contendenti. Dopo varie pratiche inutili, il buon prelato ottenne la sospensione delle armi, e poscia ai 26 di agosto la pace. Nuove capitolazioni, nelle quali principalmente stabilivasi la ripristinazione del sedile del Popolo nella stessa Piazza della Sellaria, furono conchiuse e firmate, ed indi ai 7 settembre solennemente giurate dal vicerè.
Fatti son questi estranei al mio racconto[236]. La seconda sollevazione, che erasi iniziata col nome di Giovanni di Amalfi, non si ricordò più di lui nella lotta, non ne fece motto alcuno nelle capitolazioni.
In una notte — era il 4 settembre — un portiere di camera del vicerè si presentò nelle stanze del Castel Nuovo, ove dimorava D. Giulio Genoino con Fra Luca dell'ordine di Malta, poco fa pei meriti dello zio fatto capitano di cavalli, e Giuseppe San Vincenzo, altro suo nipote, testè nominato giudice di Vicaria, e per ordine del vicerè l'invitò a seguirlo. D. Giulio raccolse le sue carte, i nipoti il loro bisognevole, e tutti insieme partirono. Un profondo silenzio regnava nel castello. Dopo di aver attraversato parecchi corridoi, scesero alcune scale e per la porta del soccorso uscirono nell'arsenale. Il soldato che era di guardia, ad alcune parole dettegli dal portiere del vicerè li lasciò passare. Nell'arsenale era pronta a salpare una galea. D. Giulio ed i suoi nipoti vi entrarono, e poco dopo la nave partì[237].
Nella stessa notte un'altra barca conduceva a Gaeta la madre, la zia e la sorella di Masaniello, che insieme al cognato di lui, non so per qual tradimento o caso erano ricadute nelle mani del vicerè[238].
D'altra parte due uomini gettavano in una sepoltura della chiesa di S. Barbara una bara. Era il cadavere di Giovanni d'Amalfi, poco prima strozzato segretamente nella fossa del Miglio per ordine del Duca d'Arcos[239]. La sola moglie di Masaniello, perchè gravida, era risparmiata in questa comune tragedia della sua famiglia, ed era riserbata dal destino a nuovi dolori[240].
Scorsero alcuni mesi. La rivoluzione era entrata nella terza ed ultima fase, in cui al grido di: viva Dio ed il popolo, si era proclamata la serenissima real repubblica di Napoli, ed Errico di Lorena, Duca di Guisa, era stato chiamato a governarla, come doge di essa. Un giorno verso la fine di novembre, o il principio di dicembre — le memorie non lo precisano — questi, nello entrare che faceva, come era solito in ogni mattina, a sentir messa nella chiesa del Carmine, fu fermato da una donna vestita a bruno e velata, che inginocchiatasegli innanzi, gli presentava piangendo un memoriale. Il Duca con la gentilezza e con la galanteria propria della sua nazione, e che egli possedeva al sommo grado, invitò la donna ad alzarsi, e volto ad Agostino di Lieto, capitano della sua guardia, che gli era vicino, gli domandò chi fosse quell'infelice. È la vedova di Masaniello, rispose colui, che chiede aiuto e soccorso da vostra Altezza Serenissima. — E non le mancherà nè l'uno, nè l'altro, disse commosso il Duca; la vedova di colui, che iniziò il movimento popolare di Napoli, e che moriva per liberare il popolo dall'oppressione spagnuola, ha dritto alla gratitudine della repubblica. Indi prendendosi il memoriale da mano della Bernardina e consegnandolo al padre Capece, suo confessore, che pur lo seguiva, decretava che fossero assegnati alla medesima 50 scudi al mese[241].
Ma questa fortuna della moglie di Masaniello non fu meno efimera delle altre. Non andò guari che nel 6 aprile dell'anno seguente gli spagnuoli, spenta la rivoluzione e caduto prigione il Guisa, occuparono quella parte della città che si teneva del popolo. Allora il conte d'Ognatte, nuovo vicerè del regno, mentre che promulgava una completa amnistia, cominciava una lenta ma terribile reazione contro il passato. Ora sotto un pretesto ed ora sotto un altro, tutti coloro, che avevano preso parte alle passate rivoluzioni, erano condannati a morte, o condotti in galera. I più accorti non si fidarono delle promesse spagnuole ed in numero di circa undicimila, come ricordano le memorie del tempo si fuggirono a Roma.