La figura proviene dalla biblioteca del Cav. Michele Arditi, già Soprintendente del Museo Borbonico e degli scavi del Regno, che dopo la costui morte fu venduta nel 1839 all'asta pubblica. Il Ms. però nel quale quella trovavasi, insieme ai bandi ed editti del 1647 e 1648 non si mise in vendita. Invece l'erede, dopo qualche tempo, lo vendette al libraio Detkhen e questi al Minieri Riccio, dal quale intorno al 1860 io l'acquistai.

Da questa stampa, a quanto sembrami, precede il ritratto qui riprodotto, che si conserva nella collezione iconografica della biblioteca del Gerolomini di Napoli.

Esso fu fatto in Francia, sopra un originale, come nello stesso rame si dice, mandato da Napoli. Masaniello è raffigurato con i soliti abiti e col berretto in testa. Ha il piccolo mustacchio, la sinistra sul fianco e la destra alquanto distesa in atto di comando. Ai piedi, indietro, è la veduta di Napoli con l'epigrafe in carattere majuscolo “La Ville de Naples„. Sull'alto del rame, scritto in caratteri minuscoli corsivi, si legge: envoye de Naples le Pourtrait au naturel de Thomaso-Mas-aniello pescheur de la ville de Naples et chef des soulevez, e sotto: rue S. Jacques chez van merlen devant le coeur bon.

Di altre stampe sullo stesso argomento si è avuto notizia recentemente. Nel 1884 il cav. Felice Nicolini, direttore del Museo di S. Martino, rinvenne una testa di legno conservata nei magazzini del Museo, volgarmente creduta di Masaniello, di cui dirò in appresso. E in quell'occasione, intrapresi degli studii sul proposito, e avendo inteso che nella Biblioteca Universitaria di Bologna si conserva un Ms. della rivoluzione in Napoli del 1647 illustrato da molte figure del tempo[290], ne fece fare, previa l'autorizzazione del Ministro della Pubblica Istruzione, una copia per la biblioteca di S. Martino, facendo pure ritrarre in fotografia le figure che vi erano inserite. Da questo Ms. vennero in luce altri ritratti non solo di Masaniello ma anche di alcuni della sua famiglia e di parecchi personaggi, che in quella rivoluzione ebbero parte.

Così questo libro, che era affatto sconosciuto ai nostri scrittori, venne ad arricchire la collezione dei libri e di altri monumenti patrii in quel museo conservati, ed io ebbi l'opportunità di consultarlo e di vedere le fotografie in esso contenute. Senonchè queste non mi davano piena ragione del carattere delle figure originali, non avendo avuto il copista la cura di descriverle esattamente; come sarebbe stato regolare ed opportuno per la piena intelligenza delle medesime. È stato quindi necessario osservare il codice di Bologna che, grazie al provvido regolamento attuale delle biblioteche che agevola così largamente i nostri studii, è stato trasmesso alla Nazionale di Napoli ed io ho avuto la grande soddisfazione di studiarlo.

Non è qui il luogo di descrivere minutamente questo curioso Ms. Debbo però dare a ogni modo una notizia sommaria del medesimo affinchè i lettori possano giudicare del valore dei ritratti che da esso ricaviamo.

Un tal Fra Sebastiano Molini da Bologna, monaco converso (egli, non so perchè, dice commesso) dell'ordine dei Canonici regolari Lateranesi, che prese l'abito nel monastero di S. Salvatore di quella città, fu l'autore dell'opera. Nel 1646 dai suoi superiori mandato in Napoli, stette prima nel monastero di S. Maria a Cappella e poi in quello di S. Agnello a Capo Napoli, ambidue appartenenti al detto ordine. In quest'ultimo trovavasi allorchè scoppiò la rivoluzione del 1647. Uomo poco culto, ma naturalmente curioso all'eccesso, dovendo giornalmente andare, come spenditore del monastero, a fare le necessarie provviste per il vitto dei frati, cercava con quelle occasioni di osservare le cose che per la città succedevano, o d'informarsene dai suoi conoscenti ed in ispecie dai bottegai dai quali fornivasi. Così, secondochè dal suo scritto rilevasi, egli assiste personalmente, quasi ad ogni più notevole accidente di quella sollevazione e ne fa tesoro; di talchè chi legge non può non maravigliarsi di questa sua ubiquità, e non riesce sempre a liberarsi dal sospetto che talvolta il frate non sia un vanitoso millantatore.

Volendo poi il Molini conservare memoria delle cose da lui vedute o udite, cercò di compilare il suo diario, o piuttosto la minuta e la prima compilazione di esso, che, se ben comprendo il senso oscuro delle sue confuse e sgrammaticate parole, prima perduta ed indi recuperata, dopo 33 anni fu distesa a messa in bel carattere da un tal d. Francesco... nel modo come al presente si vede nel Ms. bolognese. “Con gran timore, dic'egli, abbozzai la presente Sollevatione di giorno in giorno, come accadeva e mai alcuno l'ha fatto di veduta come la fo io, anzi la fo per prattica? e per destino, poichè, essendo io fuori, sono capitati in più mani i miei scartafazii quali ultimamente ritornato se non gli avessi rubbati, perivano infallibilmente, come successe il caso...[291]„.

Altrove, in una postilla autografa attaccata all'ultimo foglio bianco del codice, egli soggiunge: che aveva aspettato molto tempo, sperando che di tante migliaia di virtuosi che si trovavano presenti in Napoli 1647-48 almeno uno di loro avesse dato pieno ragguaglio di tutta la sollevazione. Ma non aveva potuto vedere altro che le 10 giornate descritte dal sig. Alessandro Giraffi, le quali egli dice di non lodare nè di disprezzare: ma che pure avrebbe fatto meglio assai (il Giraffi) se fosse stato presente come lui agli avvenimenti. Che se egli, il Molini, avesse avuto la fortuna di avere un pari suo in compagnia, non arrivando egli a tale talento, credeva che avrebbero fatto un'opera che dopo l'edificazione del mondo non si sarebbe veduta l'eguale. E però ciò considerando si era servito di D. Francesco.... che aveva scritto, lui dettando dai suoi scartafacci.[292]

Ad ogni modo quello che, in confronto degli altri diaristi di quel tempo, rende il suo Diario più prezioso ed interessante è la subiettività di esso; perchè il Molini dal quale poco o nulla di nuovo si ricava intorno agli avvenimenti della rivoluzione del 1647, ci fa conoscere principalmente l'impressione che questi allora facevano nel popolo, e la sua narrazione ci fa vivere quasi in mezzo a quelli.