Se non che il confronto; in quanto riguarda il concetto politico dell'uno e dell'altro personaggio non è internamente esatto, poichè gli autori della medaglia giudicavano l'agitatore Napolitano con le idee che di lui allora si avevano in Olanda, ed in altre contrade straniere. Masaniello per il mutamento che la sollevazione da lui iniziata ebbe nel terzo periodo (novembre 1647-6 aprile 1648), fu malamente colà creduto un fanatico repubblicano. E tale pure alcuni oggi volgarmente vorrebbero caratterizzarlo. Ma così opinando costoro falsarono e falsano la mente di Masaniello. Il concetto del povero pescivendolo era affatto diverso. Esso evidentemente compendiavasi nel motto, che da lui fu indettato ai guaglioni ed ai lazzari suoi compagni e seguaci e che fu il grido di guerra dei sollevati, cioè:
— Viva Dio, viva il Re e muoja il mal governo.
PARTE QUARTA DOCUMENTI
I.
Lettera di Giulio Genoino agli Accademici Oziosi intorno alle pretensioni del popolo di Napoli
Alli Signori Accademici Otiosi — Mi è stato riferito ch'io sia stato ripreso da alcuni della Vostra Accademia de certo mio parlamento fatto pubblicamente a Sua Eccellenza in Palazzo nella sala dell'Ecc. della Signora Viceregina, lunedì li 6 del presente mese di Maggio 1620. Provate con dire che in quello sia stato da me usata arte oratoria e mordace. Quel mio ragionamento fu a fatto all'improvviso, a richiesta di alcuni miei Cittadini, et se in qualche cosa impensatamente non dicevole fussi trascorso, mi faranno piacere le Signorie Vostre (scrivendoli io a quest'effetto) corregermi, et perchè non me si attribuisca dal volgo quello che io non ho detto, vengo hora a punto a scriverli quanto io all'hora dissi, che altro non fu che questo:
Sono venuto, Signore Eccellentissimo, da parte di questo mio Popolo qui presente ad esporre querele, sperar giustizia, et impetrar gratie. Querele, Signor Ecc.mo. Si è inteso che molti nobili di piazza (salvo però la pace di coloro che non intervengono a tal consiglio) facciano conventicoli, conspirazioni, et monopolii in diversi privati luochi, case, chiese et ridotti; cose detestabili et da ogni legge prohibite; et sì questa nobiltà ha da fare alcun parlamento, ha le sue pubbliche Piazze, dova gionta potrà deliberare et concludere ogni suo parlamento, sì come fa questo mio Popolo. Quello che questo mio Popolo sospetta contro detta nobiltà, è che quanto dichi et operi sia cospirazione contro di esso et contro di chi l'Eccellenza Sua può immaginarsi, e per quanto vedo, fa la mira al piede per colpire in testa: l'uno et l'altro capo prenderà peso di provare questo mio Popolo. Intenderà forsi questa nobiltà in questo modo privarci di quel bene ove è fundata ogni nostra speranza; non sarà giammai et s'inganna di lungo. Pretenderà forsi suppeditare questo mio Popolo? Non conviene, essendo suo affezionatissimo. Intende forse esser nostra tiranna? Nè questo, mentre stiamo sotto regia protezione. Finalmente pretenderà farci suoi schiavi? Il che non sarà giammai, poichè se al proprio nostro Re non havemo altro obbligo se non di fidelissimo vassallaggio, come si presumerà che dobbiamo esser schiavi a questa privata nobiltà? Erra certamente alla lunga: dovrebbe al fine porre mente a tante cose, nè fastidirse più l'orecchia del nostro Re di tante querele et messi, et lasciar quieta la Cattolica Maestà attendere ad altro, et a cose più gravi che in queste nostre gare, pretensioni et liti, et quelle fra noi con amorevolezza terminare et finire; al che con vivo affetto di cuore preghiamo la detta nobiltà et quelle debbiamo con amorevolezza vicendevole componere; nel che l'Eccellenza Sua non sia più giudice nostro, ma amichevole compromissore.
A questo con ardente affetto di cuore anzi con vive lagrime da parte di questo mio Popolo prego voi tutti Signori qua presenti che vogliate adoprare ogni vostro valore, potere et forza, che questa nobiltà resti quieta di vivere unita col suo carissimo Popolo, e che gli ceda quella parte di autorità che nelle cose comuni di giustitia li conviene, non l'aggravi più, ma lo sollevi a ciò non habbia occasione alla fine darsi in preda di disperatione, et quello che detta nobiltà con occulti conventicoli contro di esso consulta l'habbia a dirlo in pubblica piazza. Viviamo dunque in tranquilla pace. Anzi si è risoluto questo mio Popolo chiamare con citatorio pubblico editto detta nobiltà a giusto et onorevole partito di quiete et questo acciò sia manifesto appresso Iddio et il mondo tutto quanto questo mio Popolo desideri la tranquilla pace.
Et voi, Signor Ecc.mo, non volendo questa nobiltà inchinare l'orecchia a preghiere di questo Popolo, et volendo più oltre procedere in dette sue ostinate cospirationi, allora la pregamo voglia usare il debito rigore della sua giustizia contro li trasgressori, come disturbatori della universale quiete et pace. Et quando che no, avemo, signore Eccellentissimo, un volgare nostro napoletano proverbio che “il mal guadagno sparte compagnia„. Si è visto, signor Ecc.mo, che da questa nostra comunità (ma per opera non so de chi) s'è causato un mal guadagno; si sa quanti milioni di oro deve questa nostra Città: si dovrebbe per ragione, per sollevamento di quella, dividere questo peso, et la mità pagarne il nostro Popolo et l'altra mità la detta nobiltà. Ma ecco, signore Ecc.mo, come quello mi risponde: Questo non è giusto nè conviene, che, essendo il Popolo tanto numeroso et la nobiltà tanto pochi, paghi la maggior parte il Popolo et una minima parte paghi la Nobiltà; al che li dico come li pesi sono tutti del Popolo et gli onori tutti della Nobiltà? Queste, signore Eccellentissimo, sono male spartenze: leonina divisio.
È stabilito per autorità di legge che nessuno a forza sia tenuto stare in compagnia; per ciò quando la nobiltà si vorrà attribuire più di quello, che le tocca di questa nostra Comunità et unione, allhora è resoluto questo mio Popolo di vivere dissunito da quella. et da mo le dice: Addio, restate in pace.