[107]. V. Nota Electorum, t. III f. 131 nell'Archivio Municipale.

[108]. Dell'indole e dei costumi del Genoino trattano lo Zazzera, Giornale ecc. nell'Arch. Stor. It. IX p. 571 Capecelatro, Annali, p. 138; e Diario, I, 7, ec. e tutti gli storici della rivoluzione del 1647. In un Resunto originario de la solebacion de la ciudad de Napoles, che si trova tra le Relaciones de los tumultos, di cui ho fatto cenno nella Notizia premessa a questo libro, così parlasi di lui; “Jullio Genuino de edad de 86 (80 dicono tutti gli altri scrittori contemporanei) años, clerigo de misa, descendiente del lugar de la Cava, sin hijos, aunque asido casado, hombre inique, y de execrables costumbres, astuto, cavilloso, y de ruin nacimiento, villano, y por tal admittido en Napoles, fue eleido por Electo del popolo en tiempo que era virrey el duque de Ossuna,„ f. 1. Qualche altra particolarità taciuta dagli storici, trovasi nei capi mandati dalla Città contro il Duca di Ossuna, ove dicesi che il Genoino, “avendosi attribuito di essere egli assoluto elettore de' consoli dell'arte della seta, ne fu per decreto della Camera, come uomo sedizioso, levato con tutta la sua casa et origine, e comandato che non potesse in futurum esercitare cariche in detta arte, nè esso, nè suoi parenti„. Giuliani f. 61, v.

[109]. Il Genoino fu creato Proeletto con biglietto del Vicerè dei 7 aprile e prese possesso agli 8 dello stesso mese nella sua piazza in S. Agostino, Giuliani Ms. cit. f. 21. Si disse che per avere una tal carica, avesse pagato 8000 ducati. Relacion de lo Arcobispo de Capua dirigida al confesor de su Magestad in Madrid nei Successi cit. III 369. Egli nell'anno antecedente già una prima volta era stato a' 2 maggio nominato ad una tal carica; ma la sua nomina per alcune irregolarità, con decreto del collaterale de' 17 luglio dello stesso anno, era stata annullata. Le copie del biglietto di nomina e di questo decreto trovansi nel Ms. cit. Successi varii III, f. 406, e nel Giuliani, f. 19.

[110]. Anche in maggio 1585, allorché la sollevazione della plebe pareva che non avesse altro motivo se non l'abbondanza ed il buon mercato del pane, il popolo, come dice un ambasciatore veneto, “si lasciò intendere voler l'osservanza di taluni privilegi toltigli, e fra gli altri avere cinque voci la sua piazza sola da bilanciare le cinque de' nobili„. Mutinelli, Relazioni, II, 148.

[111]. Summonte, Hist. di Nap. I, 135, 144, 157; Capaccio, Il forestiero p. 780; Tutini, Dell'origine e fondazione dei Seggi di Napoli p. 240 ecc. — In una lettera del 12 luglio 1650, che trovasi trascritta nella copia del Racconto della sollevazione di Napoli, (V. Notizia sopra citata) la quale già conservata dal fu mio egregio amico abbate d. Vincenzo Cuomo, ed ora trovasi nella Biblioteca Municipale, il Tutini si lagna di essere stato “perseguitato dalli napolitani et in particolare dalli nobili, li quali, dice egli, sopportar non potendo quello stampai cinque anni prima de' Seggi et in particolare del popolo di Napoli, hanno sempre cercato di volermi malignare.... e, nelli sollevamenti della plebe, presero occasioni di opprimermi, et tentarono calunniarmi.... et in particolare il figlio del reggente Latro, detto don Diego, lo quale per tutti li puntoni di Napoli, andava con li libri delli seggi in mano, dicendo che io era stato causa collo predetto libro, di far sollevare il Popolo..... Inoltre, vedendo questo vuoto di effetto, mandarono un giorno in Sant'Agostino a gridare che io era quello che andava fomentando per Napoli prima che venisse l'armata del signor D. Giovanni, mandarono un tale di casa Montagna al popolo, in pubblico con dire che io l'avea fatti; e questo fu nella festività del mio gran protettore S. Gennaro, poichè alcuni sacerdoti che si ritrovarono presenti, mi difesero con la verità e me lo riferirono la mattina stessa del santo, dentro l'Arcivescovato. — Inoltre, essendo venuto quello scellerato del Duca di Ghisa, che fecero! Vollero tentare due vie per farmi morire: la prima con persuadere don Agostino Naclerio, ed il popolo che io diceva male del Duca, e l'altra che io aveva scritto una lettera all'ambasciatore di Francia.... cosa che neanche mi era passata per la mente.... acciò se non pigliava per la strada del Duca, fossi inconfidente del re Cattolico. Dissero dippiù che io aveva intorbidata la pace. Colui che fu autore di questo fatto fu uno scellerato sacerdote apostata, che, avendo buttato l'abito sacerdotale, vestiva da secolare e fu Maestro di campo del popolo di Napoli. Intendo abbia pagata la pena delle sue scelleraggini. Dissero finalmente che io aveva fatto uno scritto contro il Popolo e contro altre genti, quale non si è veduto mai, ecc. Camillo Tutini — Die 12 Julii Millesimo sexcentesimo quinquagesimo„. Racconto ecc. f. 88 v. — Il Tutini accusato presso il duca di Guisa di aver scritto la lettera contro di lui all'ambasciatore di Francia, di cui sopra egli stesso fa cenno, per evitare la sorte toccata ai suoi compagni Salvatore di Gennaro, ed Antonio Basso ai 17 gennaio 1648, si rese latitante, ed indi fuggì a Roma, ove tra il 1666 ed il 1667 morì. Il fatto taciuto o poco esattamente narrato dagli altri storici e dallo stesso Capecelatro, trovasi diffusamente riportato nel Racconto del Verde al detto dì 17 gennaio.

[112]. Nota Electorum t. III. f. 135 nell'Arch. municip. Ivi ai 9 aprile è segnato “Giulio Genoino„ ed in margine si nota: Questa mattina pigliò possesso dell'Elettato popolare.

[113]. Si trova memoria de' Compagnoni in Napoli fin dal secolo XV. Nel 17 febbraio 1495 saputosi l'arrivo di Carlo VIII nelle vicinanze di Capua e la perdita di quella città, Napoli si levò a rumore, perchè come dice il Passaro (Giornale f. 66), andaro con tutti i gentiluomi certi ruffiani et compagnoni a sacchiare li Judei (Cf. Diurnali di Giacomo Gallo p. 12). In seguito, il vicerè d. Pietro de Toledo (1532-1552) cercò di estirpargli della città, vietando con pubblico bando che nessuno andasse in quadriglia, e parve infatti che cessassero (Miccio, Vita di Pietro di Toledo nell'Arch. Stor. It. IV, p. 18). Ma i Compagnoni ripullularono ed erano numerosi nel secolo XVII. Di loro parla lo Zazzera narrando questi avvenimenti, ed Innocenzo Fuidoro nei Successi storici della sollevazione del 1647, di cui ho fatto cenno nella Notizia sopra indicata n. 4. Costui di Onofrio Cafiero dice che vivea “da compagnone di vilissimo valore, habile ha far male, di pessima vita, come sono tutti quelli che si chiamano volgarmente compagni (compagnoni)... e si aveva vendicata opinione di guappo alla spagnuola, et smargiasso alla napolitana„ f. 23. Quindi, nel dialetto, un tale appellativo si usò come sinonimo di bravaccio, e faceva lo compagnone, dice Fasano nella Gerusalemme XIII. 20. V. pure II, 15.

In processo di tempo, forse dalla loro frequenza nelle case di giuoco, e specialmente nella baracca o casa che stava innanzi Palazzo chiamata la Camorra, anzichè dalla forma di una sopravveste, che fin dal secolo XV pure Camorra dicevasi (Notar Giacomo, Cron. p. 168), i compagnoni presero il nome di Camorristi, senza lasciare l'antico che tra loro (V. Marc Monnier La camorra p. 58 ed altrove) tuttora ritengono.

[114]. Il biglietto del Vicerè del 12 maggio colla lista del nuovi capitani nominati si trova nel Giuliani della Biblioteca Nazionale al f. 39 v. — Negli Avvertimenti et ragioni in facto, da dirse et informare sopra li capi che s'imputano a Giulio Genoino pro eletto del popolo, come nella sua pretensa inquisizione si legge: che, nello scrutinio della elezione essendo approbato Orazio Rega, il Duca elesse Francesco Antonio Arpaia, persona dimandata con grande istanza dal marchese di Trevico, tanto al segretario del Vicerè, Urive, quanto ad esso Genoino. Successi cit. f. 409.

[115]. Zazzera O. c. f. 573. Cf. Capecelatro, Diario del 1647, I.