[217]. Relazione dei 20 giugno 1586 presso il lodato Mutinelli, II, 158.

[218]. V. la mia scrittura sulla casa di Pietro della Vigna in Napoli nel Rendiconto dell'Accad. Pontan. a. 1858. Nel Giornale storico da me sopra citato alla nota (74) sotto il mese di aprile 1649, si narra la modificazione fatta dal Vicerè al fondaco della Zecca de' Panni nel seguente modo: “L'eccellenza del signor Vicerè di Napoli, Conte di Gnatta (sic) avendo visto e riconosciuto il luogo della Zecca de' Panni di Napoli, ed essendo stato di persona a vedere detto luogo ch'era rinchiuso a modo di Sinagoga, che chi non ci avea che fare non potea in detta Zecca entrare, per essere un Benevento piccolo[219], dove di continuo si commettevano diversi peccati, ordinò che come stava rinchiuso s'aprisse, e che si potesse passare dall'una parte all'altra, cioè dalla parte della Selleria si buttarono quattro botteghe con tre appartamenti, uno sopra l'altro, e si fè una larga strada di palmi 60, con buttare anco molte altre case dentro di detta Zecca, e si fè un largo grande come ho detto, tanto dalla parte di S. Palma dalla strada delli Ferri Vecchi... e per grazia di Dio benedetto si è levato quel nido di tante male genti, che in Napoli quando si dicea, Dio ti guardi degli uomini della Zecca, Dio te ne liberi, che questi uomini della Zecca de' Panni, sono uomini senza coscienza, nè hanno timor di Dio. Ms. elt. f. 57„.

[219]. Benevento, appartenendo allora alla Chiesa, era l'asilo di tutti coloro, che potevano temere la giustizia del governo di Napoli.

[220]. A dichiarazione e documento di quanto ho riferito nel racconto, raccolgo in questa nota le poche memorie, che ci rimangono intorno al sedile di Capo di Piazza, le quali si collegano alle vicende dei Sedili di Napoli, argomento importantissimo per la storia di questa Città e non ancora trattato, come dovrebbe esserlo, dai nostri scrittori. Una larga discussione, comunque fosse necessaria, sarebbe qui certamente, affatto inopportuna.

Or tralasciando i tempi più antichi, da sicuri documenti è dimostrato che verso la fine del secolo XIII ed i principii del XIV, la nostra Città per la tassa delle collette e per le altre contribuzioni, o servizi fiscali era divisa in tante regioni o piazze, il numero ed il nome delle quali variano talvolta secondo l'aggregazione e la separazione di talune delle vie che le componevano, e secondo il predominio che davasi piuttosto all'una che all'altra di esse. Nel 1301 queste piazze erano quindici per i nobili, e 33 per i popolani[221]; con quest'avvertenza però che alcune di esse, per la contemporanea esistenza di ambo i ceti, si veggono ripetute nell'una e nell'altra categoria. Non è certamente inverisimile che tutte queste piazze, com'è indubitato per la maggior parte, avessero un proprio luogo, ove i nobili che i popolari, ivi abitanti, potessero radunarsi per discutere la distribuzione delle tasse fra i contribuenti, la nomina dei giudici annuali, l'amministrazione delle estaurite proprie, ed altri pubblici negozi della piazza, o anche semplicemente per oziare in private conversazioni. Questi luoghi che si chiamavano tocchi, sedili, o teatri, esistevano da tempo antichissimo nella vecchia città, e non erano, come generalmente si è creduto, un ritrovo esclusivo de' maggiorenti e della nobiltà. Nel 1806, imposta la gabella del buon danaro, destinata principalmente al pagamento delle collette, ed aboliti o tramutati in altre prestazioni i servizi reali e personali, non si trova più documento alcuno, che ci ripeta la circoscrizione delle piazze del 1301 e la distribuzione delle tasse. Anche verso quel tempo, secondochè a me pare, i Sedili ebbero una prima riforma. Conseguenza di questo ordine di cose fu l'abolizione di molti Sedili, o forse anche la riduzione di tutti a 29, secondochè (comunque senza appoggiarsi a sicuro documento) i nostri scrittori affermano.

Il seggio di Capo di Piazza, che dal Tutini per errore fu confuso con quello di Somma Piazza (Origine dei seggi p. 46) era e restò dei popolari. Di esso trovo la prima memoria in un istrumento dei 29 novembre del 1265, ind. X, in cui interviene un tal Costantino Primese de illu Toccu publico de capu de Placza regione Portanobensis (Notam. Istrum. S. Marcellini, lit. K p. 151). In altro documento del 1304 nell'Archivio di Stato in Napoli si ha pure memoria che gli uomini di Capo Piazza, avendo acquistato da' Frati Predicatori del convento di S. Pietro Martire un suolo in quella contrada, che ad essi Frati era stato donato dal Re, construxerunt in terra hujusmodi vacua novum opus quod ad usum Sedile, seu segium deputarunt. E siccome ciò erasi fatto in pregiudizio dei dritti di Gualtiero Melia, al quale apparteneva il detto suolo, posto vicino alla sua casa, e ad un andito di essa; così il Re ordina al Capitano di Napoli, che esaminata la cosa, provveda alla giustizia (Reg. n. 135 (1304, C.) f. 179). — Poco dopo in un diploma del 1313 si fa parola di certa rissa accaduta in segio Platee capitis Platee (Camera, Annali, II, 211). Finalmente nel fascicolo 93 il 1.º a p. 562, in carta del 1349, questo sedile è chiamato Teatro, e così pure in un istrumento del 1392 ricordato dal Tutini ne' suoi Notamenti mss. nella biblioteca Brancacciana (II, E. 31) f. 96, ove dicesi posto in platea Sellarie.

Dopo quest'opera, come ho detto nel racconto, non trovo più menzione di esso nei documenti, e nelle memorie del tempo; il che mi ha fatto sospettare che, verso la fine del secolo XIV o i principii del secolo XV, si fosse trasformato in quello della Sellaria, donde una ottina della Città prendeva pure allora la sua denominazione (V. la nota delle piazze popolari della città nel 1442 in Passaro, Giornali p. 14).

Pel sito poi del seggio della Sellaria si vegga il Tutini O. c. p. 170, il Celano ed altri. Secondo il Summonte (I, 209), esso sarebbe stato nell'angolo del convento di S. Agostino; ma io credo che il benemerito scrittore fosse indotto a credere così dall'erronea applicazione, che egli faceva a quel sedile, della iscrizione antica, ov'egli malamente leggeva: In Curia basilicae augustinianae.

[221]. Fasc. 9, f. 3 ap. Alitto, Vetusta r. Neap. monum. f. È allegato e compendiato dal Summonte, II, 365 e dal Tutini p. 63. — Il Bolvito nel vol. IV, Variarum rerum, Ms. conservato una volta nell'archivio dei santi Apostoli, ed ora nella biblioteca di S. Martino della nostra città al f. 18 riportando questo documento, nota: Subsequens collectarium extat scriptum in quodam augusti 1585 in fasciculo 9, f. 9. Nam extat colligatus in praedicto fasciculo insimul cum certis aliis consimilibus libellis, et propterea archivarius faciens fidem dicit copias fuisse extractas a praedictis fasciculis, sed in rei veritate extant scriptae in supradictis libellis, quorum aliqui sunt etiam de pergameno.

[222]. Della Sellariorom ruga, ubi decurrit acqua de fonte Fistulae trovasi menzione nel Registro n. 111 (1301 F.) f. 113, nel grande Archivio di Stato in Napoli.