[302]. Trascrivo quello che il Molini dice a proposito di Masaniello fuori di se a cavallo. “Lunedì 15 luglio. Giornata nona. Nell'uscire come al solito intesi come Masaniello era andato avanti giorno a cavallo alla Cavallerizza del Re, et che aveva messo sossopra tutti, in particolare il Mastro di Stalla. E lo fece cavalcare molti cavalli, e smontato lui voleva far da bravo e comandare come prattico, ma non sapeva quello che si facesse, e se non erano quelli che li governano sarebbe stato ucciso dalli cavalli. E vedutosi in pericolo si risolse di salire e di tornare a Napoli. Il primo ch'ei fece, andò a ritrovare il sig. D. Carlo Caraccioli Cavallerizzo maggiore di sua Maestà, e trovato che l'ebbe, li principiò a dire, che non era sua arte di tenere un grado simile, et che era stato a visitare i cavalli et che il Re era molto mal servito, e che se lui non prevedeva, saria stato pensiero il suo rimediare. Il detto Signore disse: Per servire V. S. se così comanda, voglio andare mò mò a fare la mia parte. Lui rispose farete bene, che infrattanto io rimedierò ad altri inconvenienti. E volto il cavallo seguitato da quelli ch'erano con lui, e come pazzo girando per Napoli facea serrar botteghe, tagliar teste a quelli che gli parevano in fragranti crimine, come anco a cavaglieri che trovava in carrozza, li faceva smontare di carrozza, come anco a quelli che trovava a cavallo, facendoli bravate e spropositatamente comandandoli che stessero vigilanti ad ogni suo cenno quando volesse comporre le leggi. T'assicuro lettore che se gli avessi veduti et udito parlare come ho veduto io, che pure lo vidi a Toledo ad una carrozza alla lontana, però mi fu detto che quelli signori piangevano a sentirsi oltraggiati e minacciati fin nella propria vita, saresti fuori di te„.
[303]. Il fratello di Masaniello, che ebbe parte nella rivoluzione chiamavasi senza alcun dubbio Giovanni, come attestano l'atto di nascita, e quasi tutti gli scrittori del tempo; soli, questo Diarista ed il Giraffi gli danno il nome di Matteo. Or come spiegare questa discrepanza in persone contemporanee e in testimoni oculari dei fatti che narrano? Io per me credo che Matteo fosse un soprannome, aggiunto volgarmente al nome di Giovanni, secondo il costume della nostra plebe; e che quindi costoro, come forestieri, lo adoprarono non sapendo il vero nome di battesimo.
E qui cade opportuno rettificare uno sbaglio, in cui caddi, quando nel mio lavoro: La famiglia di Masaniello pubblicai la fede di nascita di questo Giovanni, ed anche aggiungere un nuovo particolare intorno al medesimo, che allora pare mi sfuggì. Ho rilevato l'uno e l'altro dalla p. 21 del recente opuscolo del Guiscardi che appresso citerò. Giovanni d'Amalfi nacque ai 3 giugno 1624, non ai 26 maggio 1625 come io stampai. L'errore per metà fu mio, per metà del tipografo; poichè quando trent'anni fa trassi quella notizia dai Registri Parrocchiali di S. Caterina al Mercato, notai la data del giorno e del mese che sta sull'atto della pagina, senza badare che quella mutava nel mezzo, e così segnai il 26 maggio. Il tipografo fece il resto, che stampò 1625 invece di 1624 come io teneva nella mia scheda che ora ho riveduta. D'altronde contento di aver trovato l'atto della nascita di Giovanni più non lessi innante, e così non vidi che nello stesso giorno era notato un altro figliuolo di Francesco d'Amalfi, gemello di Giovanni e chiamato nel battesimo Giuseppe Carmine, il quale probabilmente dovette morire in giovane età, ed in modo certamente prima del 1647.
[304]. Nel sabato 13 luglio, come narra il Capecelatro, Masaniello inviò suo fratello a riverire il Vicerè, ed egli v'andò vestito di lama d'oro turchina (Capecelatro, Diario, t. I, p. 73); secondo altri di lama turchina (Donzelli, Parten. Liberata, p. 53).
[305]. La moglie e la sorella di Masaniello, a giudizio del Capecelatro (O c. I, 105) erano, secondo il basso stato, di gentile aspetto. E il Molini, che dice d'essersi trovato presente a tutto, narra così una baruffa tra esse e Masaniello: “Arrivò (Masaniello) al Mercato tutto bagnato correndo in casa, onde arrivato anche io solo a mezzo, il cominciai a udire gridare con quelle sue donne. I' feci buon animo e mi accostai più avanti, et eccolo farsi alla finestra manca borbottando non so che si dicessero, vidi che prese sua sorella, e correndo la moglie, volendosi forse sciffare (sic), le percosse, Lui diede a tutte due mano di buffettoni che si udiva ben bene. Queste tornavano alla finestra fortemente gridando, venite, venite a legarlo ch'è impazzito, così dicendo egli salì le due scalette, ma non potè uscire, perchè fu incontrato da suo cognato, che cominciando a gridar seco per le donne, gli disse, che udii, tu pure vuoi le tue? il cugnato vedendoli così propositato gli porse una lettera... ed egli pigliandola gli diè due calci di dietro„.
[306]. Chi fosse questo cognato di Masaniello non è facile con tutta precisione accertare. Parecchi storici e diaristi del tempo narrano di un cognato di Masaniello, uomo molto seguito nella plebe, ma senza indicarne il nome. Secondo alcuni egli era pizzicagnolo (Giraffi, p. 242, ediz. 1648); secondo altri potecaro di frutti (Pollio, Istoria) e secondo altri farmacista d'infima condizione (De Turre, O. c. p. 99). Pochi lo chiamano Girolamo Donnarumma (Donzelli, O. c. p. 138; De Santis, O. c. p. 212; Capecelatro, II, 40; Della Monica, O. c. p. 158 v, il quale altrove aggiunge che fu impiccato nel decembre 1648, f. 625).
D'altra parte nella fede di matrimonio di Grazia, sorella di Masaniello, sposata ai 27 gennaio 1641, che io pubblicai nel citato mio opuscolo, lo sposo porta il nome di Cesare di Roma di Gragnano. Però avendo io esaminato i fuochi di quel Comune nell'Archivio di Stato non rinvenni affatto tra essi il casato di Roma, e invece vi trovai frequente quello di Donnarumma. Per chiarire la contraddizione ho voluto pure riscontrare il decreto della Curia Arcivescovile rilasciato per questo matrimonio, ma per gli anni 1640 e 1641 non si trova ivi alcun decreto, che riguardi Grazia d'Amalfi e Cesare di Roma. Aspettiamo dunque dal tempo qualche altro documento che ci illumini sul proposito.
[307]. Roberto Guiscardi, Di Tommaso Aniello d'Amalfi, forse in origine de Fusco. Napoli, Tip. Giannini (a. 1896) p. 19.
[308]. Nel primo ventennio del secolo XVII il P. fra Maurizio di Gregorio siciliano, dell'ordine dei PP. Predicatori, della congregazione lombarda, fondò nella farmacopea del suo convento di S.ª Caterina a Formello un Museo, nel quale unì, come dice il Parrino (Nuova guida per Napoli, 1724, p. 257) “quanto di maraviglioso e di raro potè raccogliere così di antichità come di pellegrino, facendone un Museo ove si vedevano molte cose curiose di semplici, pietre minerali, camei, idoletti e cose così per beneficio della salute come per pascolo degli ingegni molto degni„. Di esso il Beltrano fece una minuta descrizione nel 1625 in un libro intitolato: L'idea per le gallerie universali cavate dalle istorie di Napoli ecc. in 8º di p. 56, nel quale inserì un sonetto del cav. Marino composto allorchè andò ad osservarlo. Il libro, comunque ristampato nel 1642 (Sarnelli, Guida del forastiero, p. 79); è di una grande rarità e fu descritto, con la solita diligenza, dal Minieri Riccio che lo possedeva nel: Catalogo di libri rari della sua biblioteca, t. I, p. 45. Inoltre Io stesso fondatore del Museo nel 1653 riuscì in una sua opera intitolata: Enciclopedia la detta descrizione a p. 887 col titolo: Endelechie delle gallerie dette nella 1º e 2º. Impressione: idea per fare le gallerie universali.
Nel 1692, allorchè scriveva il canonico Celano, il Museo “era stato in gran parte sfiorato e non ancora totalmente posto in ordine in quello che vi era rimasto„ (Celano, Notizie, t. I, p. 143). Senonchè nel secolo successivo sebbene in gran parte mancante fu ordinato dal signor Pietro Cecere, architetto e matematico nel modo che si vedeva allorchè nel 1788 il Sigismondo scriveva. (Descrizione della città di Napoli, t. I, p. 93).