SAMIA. Guarda, Fessenio, quel che fai. Le son cose da demoni.
FESSENIO. Non mi dá noia. Mostra pur qua.
SAMIA. Non far, dico. Ségnati prima, Fessenio.
FESSENIO. Deh! dá' qua.
SAMIA. Sí; ma vedi che in ciò sia tu piú muto che un pesce perché, se mai si risapesse, trist'a noi!
FESSENIO. Nol pensare. Dá' qua.
SAMIA. Leggi forte, che intenda anch'io.
FESSENIO. «Ruffo a Fulvia salute. Lo spirito sapeva che di maschio era fatto femina Lidio tuo. Meco ne ha riso assai. Tu medesima cagion fusti del suo danno e del tuo dispiacere; ma sta' sicura che allo amante tuo rimetterá presto il ramo…».
SAMIA. Che dice di ramo?
FESSENIO. Che riará la coda, ha' lo inteso? «… e a te subito ne verrá. E piú dice che egli arde di te tanto piú che prima, che altri che te piú non ama, piú non stima, piú non conosce, piú non ha in memoria. Di ciò non parlare perché gran scandolo ne seguiria. Mandali denari spesso; e cosí allo spirito, per farlo a te grato e a me felice. Vivi lieta e di me te ricorda che fidelmente ti servo».