Infatti, la Sostanza, cioè la identità come essenza, come determinazione riflessa (come principio e conseguenza, causa ed effetto, come causare) è parallela a sè stessa; questo è il difetto della Sostanza spinoziana, e quindi dello spinozismo. Perciò la Sostanza non è mentalità. Mentalità è la negazione del parallelismo cartesiano. La Sostanza, come semplicemente parallela a sè stessa, non è nè vera unità, nè vera differenza. Come parallela a sè stessa, essa è i due attributi, i due mondi; ma è tal parallelismo, che non è indifferenza assoluta, ma invece vuol dire: primo e secondo (Pensare ed Essere, Esse obiective ed Esse formaliter), sebbene quel che è nel primo sia nel secondo: l'unica differenza è che il primo è primo (Pensare), e il secondo è secondo (Essere). Ma il primo è tal Pensare che è Pensare ed Essere (identità); e il secondo è tal Essere che è Pensare ed Essere (identità), perchè è l'Essere del Pensare, nel Pensare. Il parallelismo, l'esser parallelo a sè stesso (il non esser davvero uno con sè stesso o mentalità) è il principio cartesiano: cogitare ergo esse. Cogitare ed Esse sono lo stesso, e nondimeno sono diversi; quel che è il Cogitare è l'Esse, perchè l'Esse è l'Essere del Cogitare, e pure sono lo stesso diversamente, perchè l'Esse non è il Cogitare. Tutto quel che si trova nel Cogitare si trova nell'Esse, ma in diverso livello, in diverso piano; e si trova nell'Esse in quanto si trova nel Cogitare; l'Esse (ordo rerum) è il contrapposto del Cogitare (ordo idearum).

Spinoza, dunque, oggettiva la identità cartesiana immediatamente (coll'intuito intellettuale. Per substantiam INTELLIGO ecc.), come Schelling la identità fichtiana. La differenza delle due identità fa la differenza de' due intuiti.

La identità cartesiana è semplice parallelismo (tesi e antitesi): e perciò l'intuito è lo stesso intendimento immediato.

La identità fichtiana è mentalità (tesi, antitesi, sintesi); perciò l'intuito è intuito mentale, è mente intuitiva.

Perciò l'intuito spinoziano (naturalismo) non è un nuovo atto logico; e lo schellinghiano è un atto logico. (Il nuovo atto logico è la mentalità di questo intuito; mentalità, che è la nuova logica di Fichte).

Posso dunque conchiudere, che come Spinoza sta a Cartesio, così Schelling sta a Fichte.

APPENDICE DI DOCUMENTI Lettere di Bertrando e Silvio Spaventa.

AVVERTENZA.

Stimo opportuno ristampare qui alcune lettere, pubblicate già in uno scritto Per la storia aneddota della filosofia italiana nel sec. XIX (nella Raccolta di studi critici ded. ad A. D'Ancona, Firenze, Barbèra, 1901, pp. 335-58): lettere scambiate tra lo Spaventa e il fratello Silvio durante quello stesso anno 1861-62, che fu il primo dell'insegnamento del nostro filosofo nella Università di Napoli, e al quale appartengono le lezioni raccolte in questo volume. Queste lettere narrano col tono dell'intimità fraterna la storia appunto del libro, facendoci assistere alle battaglie, in mezzo alle quali esso si venne formando, e da cui, infine, sorse vittorioso.

Oggi una lotta come questa sostenuta dallo Spaventa all'inizio del suo pubblico insegnamento a Napoli riesce fin difficile a comprendersi. Ma bisogna riportarsi alle condizioni speciali dell'Università di Napoli subito dopo il 1860; per cui basta rileggere quello che ne scrisse nel 1862 Luigi Settembrini in un opuscolo, che fece scandalo allora fuori di Napoli (v. gli Scritti varii, racc. da F. Fiorentino, Napoli, A. Morano, 1879, I, 13-40). Bisogna sovrattutto ricordarsi dell'importanza che aveva avuto fin allora, in Napoli, l'insegnamento privato, al quale la nuova ricostituzione dell'Università diede un fierissimo colpo; e del quasi fanatico entusiasmo che dal '48, e anche prima, avevan suscitato nel campo sempre più chiuso della cultura napoletana le dottrine del Gioberti. Un professore all'Università, del valore dello Spaventa, simpatico ai giovani come fratello d'uno dei martiri più puri del liberalismo napoletano, e reduce egli stesso, proprio allora, da un esilio più che decenne, sofferto per quella fede politica, che ora trionfava, faceva naturalmente che gli studi privati di filosofia, una volta assai fiorenti, rimanessero tosto deserti. Onde quegli insegnanti abbandonati, difendendo, come potevano, Gioberti contro l'hegelismo dello Spaventa e contro quella sua critica, che faceva della stessa filosofia cattolica e nazionale del Gioberti un hegelismo appena abbozzato, difendevano insieme i loro interessi economici vitali; e però non potevano contentarsi di discutere.