Brina. Che cosa senti?
Raggio. Sono i teneri rami che si cercano come mani furtive nel buio; sono le foglie fresche che tremano come bocche adultere che si baciano piano piano per non farsi sorprendere, e le loro ombre unite si riflettono nello specchio di chiaro di luna sui sentieri. Andiamo fino laggiù...
Brina. Ho paura. Laggiù ci sono le cose cattive che guardano con occhi rospini, le ombre malvage che scivolano cieche intorno agli alberi addormentati.
Raggio. Vieni, vieni! (La trasporta, quasi). Fino al traguardo dell'usignuolo.
S'avviano. Il dolce rumor dei baci si fa sempre più indistinto, s'affiochisce come dei passi che s'allontanano. Cadono da un campanile le ore, come stelle sfogliate. Silenzio. Poi l'usignuolo canta ancora. A un tratto echeggia nel giardino un colpo di fucile. Una voce aspra grida da una finestra:
— Ho ucciso l'usignuolo! ho ucciso l'usignuolo! Un ladro è scappato dal muro del giardino...
Dopo una breve pausa la madre si precipita in camicia sotto il portico, getta un urlo:
— Io lo sapevo, assassino! (E cade morta).
Silenzio.
Poi l'usignuolo riprende il suo canto, più forte, come un ubbriaco vomitoso che s'avvicina.