Quest'idea gli attraversò il cervello come una nebulosa; ed egli la lasciò passare senza esaminarla.

Beati quelli che muoiono... più beati ancora quelli che non sono nati!..

La testa bassa, gli occhi torbidi, egli camminava ora quasi automaticamente, senza pensiero. Provava una specie di stupore che gli offuscava la mente.

Il bosco aveva mutato aspetto. Un fitto d'alberi altissimi, dai grossi tronchi neri, dai lunghi rami intralciati, spandeva un tenebrore improvviso. Le piante apparivano vecchissime, moribonde; alcuni tronchi spezzati erano imputriditi.

Un'acqua scorreva al di là di quegli alberi, gorgogliando sotto a un ponticello.

Un ramo del Gravellone!

Fausto affrettò il passo e si fermò sulla sponda gelata, preso da un grande amore improvviso per quell'acqua corrente, che era come una dolce immagine della vita in mezzo al silenzio o al gelo della morte.

Gli pareva che quell'acqua lo invitasse con un mormorio misterioso, penetrante.

— Vieni, vieni — diceva la voce sommessa — non tornare in città... lascia vivere Argìa col suo bimbo... quell'altro forse tornerà, l'amerà, saranno felici. Muori tu solo che non puoi essere felice, che non puoi amare, nè credere.

Egli ebbe un sussulto.