Egli giaceva sul tappeto, nella più completa immobilità; e non pareva neppure un corpo umano ma una cosa bianca informe.

Aveva voluto scendere dal letto; chi sa, forse per rincorrere quella birichina di Amelia; forse per andarsene da quella casa, come spesso diceva; e al primo contatto dei suoi piedi inerti col pavimento, era scivolato.

Amelia si mise a gridare; Argìa toccò il bottone del campanello elettrico. Il panico le aveva prese: non osavano muoversi.

E lui forse capiva che avevano paura e ribrezzo. Povero don Paolo! Essere ridotto in quello stato, lui, innamorato dell'estetica, della vita, di ogni poesia!

Improvvisamente l'uscio fu spalancato, e Vittorio Giudici si precipitò nella camera, pallidissimo, in uno stato di sovraeccitazione appena sostenibile.

Senza accorgersi di quello che accadeva, egli andò diritto all'Argìa, le afferrò le mani e scuotendola un poco, le sussurrò con voce rauca:

— Fausto è malato! L'ho trovato per istrada che non poteva camminare...

E più basso ancora:

— Ho paura che abbia voluto uccidersi!... Cosa gli ha fatto?... — S'interruppe, smarrito.

Argìa non rispose. Oppressa, annientata, ricadde sulla sedia. Pareva impietrita. Un momento dopo trovò la forza di rialzarsi e balbettò: