Nelle stanze terrene, un via vai di gente affannata e curiosa. Medici, studenti, professori, preti, signori e signore, amici del Lamberti e dei Giudici.

Il professore Pisani dirigeva la cura di Fausto; ma altri due medici lo assistevano.

In generale, poche speranze. Era una pleurite delle più arcigne.

Una sola circostanza favorevole: la parte attaccata, la destra. Inoltre il cuore pareva sano e capace di resistere, se la malattia faceva un corso regolare.

Ma la febbre saliva a quarant'un gradi e più. Se cresceva ancora, impossibile scongiurare la combustione: la fine fatale.

Da tre giorni Argìa non dormiva, nè si staccava da quel letto di pena.

Invano suo padre aveva tentato di allontanarla.

Ella spasimava con Fausto, agonizzando nell'ansia. Il vecchio rimorso l'accasciava: come aveva potuto permettere che Fausto si preparasse a morire con lei... per lei?... Ora più che mai, quel proposito di suicidio le pareva un delitto. In conseguenza di quella aberrazione, a cui lei aveva ceduto, Fausto era stato colpito dalla terribile malattia; ed ella doveva vederlo penare così... morire, forse...

Quale punizione!

L'immagine di Fausto, freddo, insensibile, morto... le si fissava nella mente, con la persistenza di un incubo che la schiacciava.