Tuttavia, la sua volontà sempre sveglia e tenace, si ribellava alla truce immagine. No! no! no! Fausto non sarebbe morto!... Lei non voleva che morisse: non doveva morire. I medici dovevano trovare il modo di guarirlo. Si trattava di un giovine robusto, che non aveva sofferto di nessun male: se non riescivano in quel caso, potevano affogarsi tutti quanti erano, professoroni insensati!
Aspettava suo padre nell'anticamera, si avvinghiava a lui, scongiurandolo, singhiozzante, fuori di sè.
Egli s'irritava.
— Credi dunque che dipenda dalla mia volontà?... Credi che io non faccia tutto il possibile?...
Ella, in cuor suo, ripeteva: — Mio Dio! fatelo guarire!... Io andrò poi via, lontano, per vivere sola, povera, dimenticata, ma felice di saperlo vivo!...
Fausto la indovinava, guardandola fisso, gli occhi smisuratamente dilatati.
Malgrado l'acutezza della febbre egli non delirava.
Aveva qualche visione; ma in complesso, conservava piena coscienza di sè e del proprio stato. Il suo pensiero dominante era questo:
Sarebbe morto, avrebbe lasciato Argìa nella vita senza di lui. Il destino a cui aveva voluto sfuggire si compiva. Era giusto. Argìa doveva vivere per il suo bambino. Era giusto! Lui solo doveva morire... lui che non aveva avuto il coraggio di prendersela così... nè la forza di strapparsela dal cuore.
Intanto però, leggendole negli occhi che lei sarebbe morta, perchè voleva seguirlo, egli si sentiva sollevato; e soffriva meno di quell'atroce puntura al polmone e di quella oppressione affannosa.