La ringraziava con un pallido sorriso; l'accarezzava dolcemente. Ma di tratto in tratto, un violento scoppio di tosse interrompeva le carezze. L'angoscia lo riafferrava. Doveva morire solo, distrutto dalla malattia; in mezzo agli spasimi... Mentre la morte sognata con Argìa sarebbe stata così dolce!...

Il destino non aveva voluto concedergli quell'unica gioia. La morte implorata amica, lo assaliva a tradimento, lo colpiva nell'ombra, come fa l'assassino. Gli pareva di averla dinanzi, fantasma terribile, e l'apostrofava, la insultava.

Una nebbia pesante gravava, quella sera, il suo intelletto. Non discerneva più chiaramente le immagini del pensiero dalle figure vere; il sogno dalla realtà. Tutto si confondeva.

Gli parve... sognò... di essere già morto. Non poteva muoversi. Lo portavano al cimitero.

Argìa lo seguiva, additata dalla folla, e qualcuno mormorava una parola che poi tutti ripetevano.

— Non ha fatto a tempo a farsi sposare — dicevano le amiche sorridendo malignamente.

Egli sentiva quelle risatine feroci; ma non poteva muoversi; non poteva difenderla, povera Argìa!...

Si scosse e la chiamò sommessamente:

— Argìa! Argìa!

Ella si chinò su lui, bagnandogli il volto di lagrime. Questo lo calmò: si assopì.