Ritornò a sognare. Rivedeva Argìa col suo bimbo in una bella casa in un paese lontano. Presso a lei era un giovine. Chi?

Lui stesso forse? No, ah! no! Non lui... quell'altro! L'aveva sposata: si amavano, e parlavano di lui, morto, con quella mestizia leggera, per cui i felici sentono più intensamente la gioia di vivere e di amare.

Egli assisteva ai loro colloqui: sentiva i loro baci lunghi, sonanti... Voleva fuggire; fuggire l'odiato spettacolo, ma non poteva: l'attrazione lo inchiodava. Un peso enorme gli gravava il petto... Era la pietra tumulare, che lo divideva dal mondo, la pietra su cui Argìa aveva voluto morire... Ah! ah! ah! ah! ah! Come rideva!

Il riso atroce si mutò in un terribile scoppio di tosse. Pareva che il petto gli si frangesse. Uno sputo oscuro, sanguinolento, gli insozzò la bocca. Il professor Pisani e Vittorio accorsero con premura per sostenerlo. Passato l'assalto gli somministrarono alcune cucchiaiate di una pozione efficacissima, fatta preparare dal Pisani.

Tornò la calma ed il sonno. Ma la febbre era cresciuta ancora!

Entrò un altro medico che brandiva l'occhialetto. Il Pisani trasse di sotto l'ascella del malato il piccolo termometro per mostrarlo al nuovo venuto, e si misero a parlare tra loro sommessamente, masticando le parole.

Poi l'uomo dall'occhialetto volle fare una rapida ascoltazione al polmone ed al cuore del paziente, sotto agli occhi ansiosi del professore e di Argìa.

Era un medico giovane, sebbene già famoso; non ancora avvezzo alla morte, mal corazzato contro le angoscie dei parenti e degli amici che vegliano presso ad un ammalato in pericolo.

Quando si raddrizzò mostrò un viso pallido, disfatto, e i suoi occhi atterriti si fissarono in quelli del professore improvvisamente ammutolito.

XII.