Una nottata affannosa seguì la giornata pessima.

L'estrazione dell'acqua dalla pleura diede poco risultato.

Verso l'alba Fausto si assopì; la testa alzata sui guanciali, i capelli incollati alle tempie dal sudore; il viso terreo, i pomelli accesi.

Anche Argìa si assopì. Ed anche il suo viso appariva smunto ed emaciato. Ella giaceva abbandonata all'indietro sulla poltroncina, vinta dalla stanchezza di tutti quei giorni.

Colta dal sonno così improvvisamente, in quello stato di prostrazione, aveva dimenticato le solite precauzioni, l'arte suprema di stare e di presentarsi, assiduo pensiero suo.

La fascetta le si era slacciata; le pieghe delle gonne ricadevano all'indietro, lasciando la stoffa quasi liscia sulle accentuate rotondità dei fianchi. E la tenue luce che spandeva intorno una lucerna di porcellana azzurrata, scendeva direttamente sopra di lei, mettendo vieppiù in evidenza ciò ch'ella aveva così affannosamente nascosto.

Il professore e Vittorio, seduti all'altro capo della stanza, discorrevano sommessamente della necessità di scrivere ai Lamberti, andando pure contro la volontà di Fausto.

— Ma, io non capisco... perchè mai Fausto non vuol vedere sua madre?...

Vittorio esitò un istante.

— Mah!... A me disse che voleva risparmiarle questo affanno perchè soffre di cuore... Vorrebbe si aspettasse un miglioramento... altrimenti... gli estremi...