— Eh!... — mormorò il professore crollando il capo — se domani non migliora, saremo presto agli estremi!

— È appunto questo che mi trattiene; poichè, se scrivo, Fausto capirà...

— Crede proprio che non lo sappia?... È medico anche lui: ha studiato molto. Deve capire.

Vittorio non rispose. I suoi occhi si erano fermati su quel punto troppo illuminato della figura di Argìa, e quella visione lo turbava profondamente. Da parecchio tempo egli aveva dei sospetti sui quali non voleva fermarsi e che, suo malgrado, lo rendevano inquieto. Ma dalla sera in cui aveva trovato Fausto sul ponte del Ticino, in quello stato di prostrazione e di sfinimento, il viso improntato da una disperazione che non si celava più sotto la maschera abituale: da quella sera, il povero Vittorio non sapeva come sottrarsi alle ossessioni del terribile punto interrogativo a cui non poteva in alcun modo rispondere.

L'ansia più acuta, che gli cagionava lo stato del suo Fausto, lo distoglieva di tratto in tratto dalla pungente ricerca; ma appena lo spirito aveva agio di riflettere, ricompariva il punto uncinato.

Molte volte, mentre il malato si assopiva, ed egli rimaneva là a vegliarlo insieme alla giovine fidanzata, il bisogno di conoscere quel mistero lo assaliva con prepotenza. Voleva scoprire la verità: doveva scoprirla.

E si rimetteva a cercarla, frugando e rifrugando in quel complicato insieme di dati, di dubbi, di affermazioni e di negazioni tenzonanti nel suo cervello.

Quante faccie aveva per lui quel problema!

Se Argìa aveva ceduto... Se Fausto... Insomma... se quello che di tratto in tratto appariva, era vero... Perchè non avevano affrettato il matrimonio?....

E ad ogni modo — era quella una causa sufficiente alla disperazione tante volte sorpresa negli occhi di Fausto?...