Ma Fausto aveva un pensiero fisso: qualunque cosa ella dicesse o facesse, non voleva addontarsene: non rischiare di perdere, per un vano puntiglio, quella preziosa occasione di spiegarsi con lei.

— ... Argìa!

La fanciulla trasalì e alzò su lui i grandi occhi pieni di sorpresa e di malinconia.

— Non m'intende?... Non sa cosa io voglio dirle?... Oh! Argìa!... Lasciami smettere questo lei odioso; lascia che io ti parli come ne' miei sogni. Che io ti amavo da lungo tempo, tu lo sapevi: i miei occhi te l'avevano detto... Così io sapevo di non esserti indifferente. Vero, Argìa?...

«Capisco, capisco... non irritarti!... Sei mesi sono trascorsi... sei mesi di apparente oblio... e tu hai creduto che io ti avessi dimenticata... che amassi un'altra... Ebbene, senti... io posso avere avuto torto, ma non ho amato che te!... Ed ora sono qui per sempre e mio zio ha chiesto la tua mano al babbo; i miei acconsentono... Non ti basta?... No?... Ah! lo sapevi?... Sapevi... ed eri qui a piangere?! Oh! Argìa! Argìa! Come sei cattiva! Mi strazi il cuore...

Egli si era seduto vicino a lei, sulla stessa panca; le aveva ripresa una mano che portava alle labbra con passione. Ma Argìa non sentiva.

La testa bassa, le guancie irrigate di grosse lagrime, ella rimaneva immobile, come irrigidita.

— Piangi sempre?! Non mi darai dunque altra risposta che le lagrime?... Ma perchè, perchè piangi così?... Dillo!

Un singhiozzo gli rispose.

Ah! era proprio vero, Argìa non l'amava più. Quel cuore amareggiato dal dubbio non rispondeva più al suo.