Egli si era ingannato giudicandola una di quelle creature privilegiate, dalla fede incrollabile, che vivono e muoiono sotto l'impero della prima forte impressione: veri angeli d'amore, incapaci di analizzare e di discutere un sentimento; anime tetragone alle insinuazioni della maldicenza, perchè incapaci di ammettere il male nella persona che amano.
L'illusione cadeva. Argìa non era di quella tempra adamantina e purissima. Argìa aveva accolto, nutrito il dubbio.
Questo pensiero, sorto improvvisamente nell'anima del giovine, lo immergeva in profonda tristezza; ma non poteva distruggere di un colpo l'immenso amor suo. Altre considerazioni sorgevano spontaneamente a difenderlo quell'amore.
Argìa soffriva; e chi sa quanto aveva sofferto e pianto!...
E quelle angosce, quelle lagrime erano segni evidenti di amore.
Meno ideale, meno ammirabile, essa gli appariva più umana e affascinante, e più vera.
E che dolcezza poterla consolare quella bella creatura che singhiozzava vicino a lui!... Che gioia immensa poter asciugare quello lagrime a forza di baci!... E ci sarebbe arrivato... l'avrebbe convinta: ne era sicuro.
Cominciò a parlarle dolcemente, diffusamente, del tempo passato, delle loro memorie giovanili, delle ingenue e preziose prove di simpatia ch'ella gli aveva dato in mille occasioni. Egli non aveva dimenticato nulla: le più tenui manifestazioni gli erano rimaste impresse incancellabilmente. Certe frasi, certe inflessioni di voce.... certi sorrisi... tutto.... tutto, egli rammentava. Non avrebbe mai dubitato di lei, del suo cuore, qualunque cosa gli avessero detto... Lei invece...
La fanciulla balzò in piedi, tutta tremante, nervosa.
— Non vede che non ne posso più?... Non capisce che soffoco? Moviamoci... Andiamo via!... Ho bisogno d'aria libera.