Fausto non osava più insistere. Anche l'anima sua soggiaceva a un tetro presentimento di morte e di lutto. La sua ostinata speranza lo abbandonava di fronte alla desolazione di Argìa. I suoi pensieri si smarrivano. Era finito. Inutile lottare.
Affranto, scorato, si lasciò cadere vicino alla sua povera amica, e restò là in uno stato di rigidezza penosa, senza lagrime, come impietrito.
Nella sua mente non passavano che immagini confuse. Nessun pensiero netto si formulava, eccetto questo: che la sventura immane piombata sulle loro teste, li avrebbe annientati ben presto. E la voce interna e la gran voce misteriosa della campagna battuta dal vento gridavano insieme: Finito! Finito!... Svanito il sogno! Infranta la vita!...
— Fausto!... chiamò Vittorio dal fondo della corte — Argìa!
Argìa alzò la fronte e guardò il suo compagno di pena. Ah! non avrebbe mai creduto ch'egli l'amasse tanto!... Credeva di essere sola ad amare così; non supponeva pari affetto in un uomo.
Glielo disse.
Egli restò un momento pensoso. Neppure lui aveva misurato prima di quel giorno l'abisso dell'amor suo. Sapeva però che solo il dolore dà la giusta misura dei sentimenti umani. Bontà della vita!... E per la prima volta forse, le sue labbra giovani e fresche si stirarono in un sorriso di amara ironia.
— Argìa!... Fausto! — chiamarono un'altra volta dalle finestre della villa.
Li cercavano.
— Dobbiamo andare?....