I convitati sorrisero argutamente, e i due giovani diventarono bersaglio di occhiate e bisbigli.

Per fare un diversivo, Fausto pronunciò un brindisi alla salute dell'esercito rappresentato da Filippo Pisani che sfoggiava da pochi giorni le sue spalline di ufficiale, con grande soddisfazione del padre e sua propria. Fu un hurrà, un grido di gioia.

I brindisi così ben cominciati, sfilarono uno dopo l'altro, in prosa ed in versi.

Don Paolo si fece applaudire con una graziosissima anacreontica, in lode di Argìa.

Finiti i brindisi, il padron di casa invitò i suoi ospiti a passare in un'altra sala, dove fu servito il caffè.

Era questa la sala dei ricevimenti, decorata di un ampio verone per il quale si scendeva nel mezzo della corte, e rappresentava quindi l'entrata d'onore della villa.

L'entrata comune era sul fianco destro e non aveva scalini esterni.

Sebbene fosse vicino il tramonto, una luce sfolgorante entrava nella sala, dal verone aperto e dalle due larghe finestre a terrazzino che lo fiancheggiavano. Le tappezzerie rosse, i mobili eleganti tutti in legno chiaro come il bel pianoforte a coda che stava nel mezzo della sala, sembravano prender parte alla gaiezza dei convitati.

Il pianoforte sembrava dire: Su allegri! Anche questa sera vi farò ballare! E i giovani lo guardavano con un sorriso.

Ma finchè il sole splendeva, e il buon pranzo e i vini profumati non erano digeriti, la campagna chiamava fuori i giovani, nell'aria fresca e gagliarda.