Era una fine di ottobre tepente e smagliante.

Amelia, la figliuola minore del Pisani, fu la prima a svignarsela. Argìa con la cugina Carmela Donati, una ragazza in sull'invecchiare, nè brutta nè bella, nè sciocca, nè intelligente, ma abbastanza buona per una ragazza che invecchia, la seguirono subito, trascinandosi dietro la Bice Chiari una grassona inerte.

Un momento dopo, come attirati da una forza magnetica, tutti i giovani si trovarono presso di loro. La corte, poco fa silenziosa, fu piena di movimento, di voci gaie, di risate giovanili.

— Che bel giorno, Argìa! — mormorò Fausto Lamberti accostandosi un momento alla fanciulla.

E l'accento con cui egli pronunciò questa semplice frase voleva dir tante cose!

Argìa non rispose; un leggero rossore colorò la trasparente bianchezza del suo viso ideale.

— Un bel giorno, sì! — esclamò un giovinotto magro, piccolo, zoppicante dal piede destro, che aveva sentito le parole di Fausto.

— Un bel giorno! — replicò — Se non lo guastasse la previsione dei brutti giorni, noiosi, che ci preparano i professori!

Lamberti si voltò ridendo.

— Ah! Vittorio, sei sempre allo stesso punto tu.