— Siamo qui anche noi! — gridò la petulante Amelia con la sua voce argentina, precipitandosi nella camera.
— Oh! cara Amelia! come sei bella! Più bella del solito, che è tutto dire.
Ella era veramente leggiadra nel suo costumino di panno rosso antico, guernito in piuma di struzzo grigio chiaro; con la piccola toque assortita all'abito, sui capelli biondi.
— Siedi qui accanto a me: mangerò di migliore appetito.
La guardava con tenerezza; le sorrideva. E il vecchio viso consunto si rischiarava, e gli occhi stanchi brillavano di nuova luce.
Non era soltanto una bella fanciulla, allegra, la cui vista lo consolava: era per lui una dolce immagine della giovinezza; un vivo riflesso del bel tempo passato.
— E la nostra sposina?
A passi misurati ma disinvolta e spigliata, Argìa, che era rimasta un po' indietro, traversò la camera e salutò affettuosamente il «suo buon zio.»
Il prete voleva ch'essa lo chiamasse così, anticipando sull'avvenire.
Era quasi impossibile indovinare il doloroso segreto, vedendola così elegante e sicura. Portava un lungo mantello di felpina color lontra, che l'allungava e l'assottigliava; e il suo bel viso appariva fresco, verginale, di sotto al cappellino «Direttorio» della stoffa e del color del mantello. Soltanto il suo sguardo aveva qualcosa di strano: scattando di sotto alle lunghe ciglie, contornato dalle occhiaie azzurrognole, leggermente affossate, esso aveva un'espressione così intensa e addolorata, che lei stessa sentiva il bisogno di velarlo abbassando le palpebre appena qualcuno la fissava. Anche quando si ebbe levato il mantello, la sua figura si rivelò correttissima nelle pieghe sapienti di una polonese riccamente drappeggiata.