I contorni svanivano. La piazza appariva più vasta; le case più lontane. Un rivenditore di castagne passava come un'ombra gridando la sua merce. Le fiammelle del gas prendevano toni rossastri, senza splendore.

Il vecchio castello, trasformato in caserma, pareva una enorme massa nera coperta di fumo denso; e in mezzo al fumo guizzavano di tratto in tratto languidi lumicini, come le prime scintille di un incendio che cova.

Una tromba squillò, rimbombando nello spazio.

Argìa e Fausto sedettero un momento su una panchina; ma presto si rimisero a camminare.

La passeggiata dello stradone che essi ricordavano così animata, era deserta. I grandi candelabri centrali non si accendevano più; ogni cosa entrava nell'abbandono invernale, che rende così tristi i luoghi destinati alla ricreazione estiva.

Si sentiva da lontano un tram che arrivava e le campanelle attaccate al collo dei cavalli tintinnavano malinconicamente.

Davanti al ricovero «Pio Albergo Pertusati,» Vittorio si fermò per interrogare Fausto sullo stato di un certo giovane che aveva subita una terribile operazione sotto il professore Pisani.

— È in grave pericolo...

— Il babbo spera ancora!

A poco a poco Vittorio e Amelia, spinti dal freddo ripresero il passo affrettato e si allontanarono.