— No, Argìa, no!... Alzati! andiamo! Non voglio cedere alla tua vertigine. Non così, non così... Tu non hai capito. La nostra morte deve essere una festa, un tripudio. E poi, i nostri corpi devono rimanere nascosti, il più che si può... M'intendi? La mia gelosia sorpassa la morte.
Tornò a stringerla ed a baciarla quasi in delirio.
— Io vorrei morire subito — mormorò la fanciulla. — La morte è incerta come la vita!... Forse un istante simile non ritornerà mai più. Moriamo subito, Fausto!
Curva sull'abisso nero, ella fissava il vuoto con gli occhi intenti, ascoltando la cascatella che ridacchiava in fondo al muraglione.
Si sentiva attirata da un fascino misterioso.
Ma Fausto la strappò via.
— Vieni, Argìa, vieni! Più bella deve essere la nostra fine, più poetica. Vieni!
Le circondò la vita col braccio robusto e trascinandola, quasi portandola, s'allontanò rapidamente per fuggire quella tentazione, il cuore palpitante di un gaudio nuovo, la fantasia abbagliata da una visione luminosa di amore eterno, infinito.
VI.
In città, i Pisani abitavano, sul Corso Cavour, il migliore appartamento di un vecchio palazzo posto di fronte alla casa di Don Paolo Giudici. Esteriormente, il palazzo conservava tutto il carattere vetusto, sebbene l'interno avesse subito varie trasformazioni per servire agli usi moderni. Rimaneva sempre un'abitazione incomoda, mal distribuita per i bisogni di una famiglia borghese. In compenso, i muri grossi, i soffitti a vôlta la rendevano fresca l'estate, e non troppo fredda nell'inverno. E poi, il professore si compiaceva di quegli ampi locali, di quella vecchia magnificenza un poco sbiadita e maltrattata, ma pur sempre imponente. La sua figura soldatesca si addossava bene a quei camini di marmo colossali: s'incorniciava pittorescamente nelle inquadrature delle porte e delle finestre; e poteva muoversi con tutta la libertà di cui abbisognava, in quei larghi spazi che nessuna mobilia riesciva a ingombrare.