Un salone, tagliato in due sensi, aveva dato le camere per le ragazze e una bella galleria. Esse stavano di solito qui a lavorare, come due antiche dame, nel vano delle grandi finestre; e lo spessore del muro consentiva a ciascuna una sorta d'isolamento e di autonomia.

Amelia, preoccupata di vedere nella strada, quando girava la testa per rompere la noia mentre stava cucendo o ricamando, aveva messo un rialzo sotto alla sua sedia. Non bastando questo, vi posava sopra un guanciale, come le signore fanno nei loro palchetti in teatro. Ed era veramente come in un palchetto, poichè non uno studente passava di là senza levar la testa per salutare la bionda del Pisani.

Seduta molto più in basso, Argìa rimaneva invisibile alla gente della strada, e non vedeva, lei stessa, altro che il cielo e la casa di fronte. Le bastava.

Negli anni addietro, allorchè il suo amore per Fausto viveva di sole occhiate, ella era felice di mettersi là ad aspettare ch'egli si affacciasse e le desse il buon giorno con un sorriso, prima di uscire per recarsi alla scuola. Tutta la giornata le pareva bella, se aveva avuto quel sorriso.

Adesso ella pensava con disperazione a quei tempi lontani e innocenti.

Era sola. Amelia non sarebbe ritornata dalla Magistrale fino alle tre. Poi si sarebbe chiusa in camera per studiare le sue lezioni e fare i còmpiti.

Argìa trovava un sollievo nell'assenza della sorella. Sola così poteva pensare liberamente alle cose che Fausto le aveva dette alcune sere prima.

Quale trasformazione di tutto il suo essere, dopo quel colloquio!

Fin da quando era ritornato da Mantova, ella sapeva che Fausto l'amava di un amore eccezionale; ma non avrebbe creduto ch'egli l'amasse al punto di morire con lei. Questo le pareva troppo.

Eppure era vero. Egli l'amava così; l'amava disperatamente: non voleva che lei; la vita senza di lei, gli pareva odiosa. E non potendo vivere con lei, felice, voleva portarla con sè nella morte.