VII.

Era nel principio di quella ultima estate. I giorni passavano, le settimane, i mesi, e Fausto non ritornava più da Mantova, dalle vacanze di Pasqua in poi. Vittorio badava a dire che donna Evangelina, indisposta, voleva il figliuolo presso di sè.

Ma la voce pubblica diceva ch'egli interrompesse gli studi, perchè sua madre, sempre avversa alla medicina — scienza atea — non voleva avere un figliuolo medico; e perchè egli sposava la contessina d'Arco.

Per molto tempo, Argìa non aveva prestato fede a tale voce.

Prima di partire, stringendole le mani, Fausto le aveva detto: «A rivederci Argìa.» Nient'altro. Ma con tale accento, con tale sguardo da valere un giuramento.

Ah! perchè non l'avevano lasciata nella sua fede?

Perchè avevano voluto strapparle quel conforto?

Di tutto avevano fatto per convincerla dell'abbandono di Lamberti: come se tutto il male della vita consistesse nel nutrire una vana illusione; e non fosse peggio, mille volte peggio non averne più nessuna.

Suo padre che aveva fatto conto su quel matrimonio, era furente contro i Lamberti, e perfino contro don Paolo.

A volte pareva abbattuto, lui che nulla abbatteva. Era il primo schiaffo della sorte, e lo sentiva.