Un giorno, un amico venuto da Mantova disse che il matrimonio Lamberti-D'Arco era fissato: si vedevano i due giovani andare fuori insieme: si aspettavano le pubblicazioni che dovevano essere prossime.
Allora, come un ragazzo che ha bisogno di sfogarsi, il professore aveva preso Argìa a parte, e fatto un appello al coraggio, alla saggezza, all'orgoglio di lei — il solito appello che si fa quando si sta per ferire a morte una povera creatura, con una notizia perversa — egli le narrava tutto quello che aveva sentito, aggravandolo col proprio furore, dando carattere di verità alla semplice diceria.
Assalita a quel modo, dopo tanto che soffriva nelle incertezze, la fanciulla si sentì mancare; cercò però di nascondere quello che provava.
Chiamò a soccorso tutto il suo coraggio, tutto il suo orgoglio, e — pallida come la morte, ma con apparente calma — rispose che per lei era lo stesso: Fausto non le aveva fatta alcuna promessa!
Il padre la baciò e la lodò molto di quella fermezza.
Ma non bastava che fosse calma e coraggiosa: egli la voleva allegra e felice.
E si mise a darle dei consigli pratici, intramezzati da ripigli di collera che lo spingevano a nuove sfuriate contro il Lamberti.
Doveva divertirsi. Egli avrebbe fatto di tutto per trovarle un altro partito egualmente vantaggioso. Doveva assecondarlo. Bisognava fargliela vedere a quei borghesacci quattrinai, pieni di boria, che non volevano la figliuola di un povero professore; bisognava fargliela vedere a quei tirchi!...
La fanciulla, che si sentiva morire, e non vedeva l'ora di essere sola nella sua cameretta, ascoltava in silenzio e rispondeva macchinalmente qualche monosillabo.
Ma il professore non voleva lasciarla sola: sapeva che avrebbe pianto, che si sarebbe intenerita; ed egli temeva quelle lagrime, quei ritorni dell'affetto che soffocano l'orgoglio.