Per distrarla la condusse a Milano; le fece conoscere molte persone. Ritornando a Pavia, continuò nel proposito di farla divertire a qualunque costo.

Lei restava malinconica, fredda, indifferente a tutto. Non basta: stava anche male. Allora il professore pensò di mandarla in campagna. L'aria dei campi l'avrebbe rinvigorita. Fu dunque deciso che Argìa avrebbe passato qualche mese in villa con la cugina Carmela e Bice Chiari. Altre amiche erano invitate a passare alcuni giorni.

Il professore si recava a trovarla due volte la settimana, conducendo seco l'Amelia, i suoi studenti prediletti e altri amici. In tali occasioni si ballava, si faceva musica.

Argìa aveva sempre amato il ballo e la musica con passione. Anche triste, anche affranta, quando la musica penetrava nei suoi nervi, ella si lasciava trascinare nel vortice di un valzer e volontariamente si stordiva. Non per questo dimenticava i suoi tormenti, nè cessava di soffrire; ma era una sofferenza diversa, più acuta e nel medesimo tempo quasi dolce, con una sensazione di ebbrezza nella disperazione.

Non durava però quello stato. Poco dopo, cessata la musica, ella ricadeva in un abbattimento più profondo e più cupo. Allora il professore s'inquietava. Venivano le ammonizioni.

Se faceva così era inutile! Aveva perduto già due partiti: due uomini molto agiati, non tanto giovani, però tanto più sicuri. Si erano innamorati vedendola ballare, ma poi avevano mutata opinione trovandola così malinconica e fredda. Non capiva che era una bambina? Non così andava presa la vita. La vita era una palestra, bisognava lottare e vincere i primi premi. L'arma della donna era la bellezza e l'amore. Il premio, un ricco matrimonio, e il piacere di essere adorata.

Da parte di una fanciulla, l'amore andava inteso quale un mezzo per accasarsi bene, e un passatempo piacevole: un affare e una farsa; guai a chi ne faceva la tragedia della vita!

Gli uomini non meritavano l'amore delicato, esclusivo, spesso sublime di certe donne. Quelle illusioni, quelle tenerezze erano margherite gettate ai porci.

Era un pezzo ch'egli le pensava quelle cose. Finchè si trattava delle altre lasciava correre: che gl'importava? Peggio per loro se l'esperienza e l'esempio non le illuminava; peggio per i loro genitori che le allevavano così stupidamente.

Ora però, ora che si trattava della sua Argìa, della sua creatura prediletta, tirata su con tanto amore, con tanta cura; ora non poteva tacere, lasciar correre. Argìa non doveva soffrire per un uomo: avrebbe parlato tanto finchè l'avrebbe convinta che nessuno, proprio nessuno meritava le lagrime, il dolore di lei. Fausto meno di chiunque.