Nella passione di convincerla giungeva ad accusare sè stesso.

Già, neppure lui, il buon padre ch'ella conosceva, neppure lui aveva meritato completamente l'amore di quell'angelo di sua moglie!

Non l'aveva compresa, poverina, non aveva saputo essere abbastanza dolce, abbastanza poetico... sebbene l'amasse realmente, come pochi mariti amavano.

Dunque, se lui, il suo buon babbo, non era stato capace di dare alla donna amata quella felicità di amore che le donne sognavano, che cosa poteva sperare Argìa ragionevolmente da un altro uomo? In nome di Dio, come poteva illudersi ancora?

Pochi giorni dopo aveva un altro partito, un eccellente matrimonio pronto per lei.

Era un collega dell'Università.

Quarantacinque anni, ma un uomo sano, benissimo conservato. Di quelli che tengono la giovinezza nel salvadanaio per ispenderla tutta in una volta al momento buono. Diecimila lire di rendita e cinquemila di stipendio! Un partito magnifico insomma!

Argìa rifiutò. Non voleva maritarsi dacchè gli uomini erano così indegni di amore; non voleva saperne di nessuno. Vi fu un alterco tra padre e figlia, e il padre fu violento, poi debole.

Dopo tutto, se non voleva maritarsi, peggio per lei: lui era contento di tenersela in casa, purchè fosse allegra e si divertisse.

E continuava l'andazzo solito.