Intanto una immensa amarezza era entrata nell'animo dell'infelice sua figlia.
Le teorie paterne la rendevano pessimista, senza ch'ella potesse trarre da quel pessimismo il supposto profitto.
L'amore per Fausto rimaneva incolume: ma si vergognava di amarlo ancora, come ci si vergogna di una debolezza. Lo avrebbe dimenticato se avesse potuto. E adagio adagio ella faceva ogni giorno più largo posto al bisogno di stordirsi.
Sentiva oscuramente il desiderio fatale della vendetta. Solamente, poichè non avrebbe mai avuto il cuore di far del male a Fausto, si sarebbe vendicata sugli uomini in generale.
Nessuno dei giovani che suo padre conduceva in villa era capace d'interessarla. Nemmeno il professore suo pretendente che continuava a farle la corte.
Li trovava mediocri, noiosi: troppo dissimili da Fausto la cui immagine l'assediava. Ma il ballo poteva ancora distrarla. La musica penetrava l'animo suo e s'impadroniva di tutte le sue facoltà.
Quegli stessi uomini che discorrendo le parevano insulsi e noiosi, si trasformavano per lei nel ballare; o meglio non li vedeva, nè sentiva i loro discorsi. Non sentiva che la musica; non vedeva che il turbinio confuso, inebbriante del ballo.
E certi motivi di valtzer le davano la sensazione di smarrirsi in un vortice misterioso. Allora il braccio di un indifferente le pareva il braccio di Fausto: e di Fausto era l'alito caldo che le sfiorava il viso. Era lui che la portava via nell'ebbrezza.
Negli intervalli rimaneva spossata, senza idee, quasi senza coscienza.
La notte non poteva dormire, stava lungamente alla finestra, trasognata, triste; la testa in fiamme, il cervello pieno di visioni. Soltanto verso l'alba, quando la frescura penetrava il suo corpo, sentiva il bisogno di coricarsi e dormiva un poco.