Le sue grandi pupille grigie, abbaglianti, avevano ricevuto realmente dalla cieca natura, una strana potenza di fascinazione. Ed egli, come se ne valeva!

La povera Argìa era assediata, mitragliata da quegli occhi, capaci di esprimere tutti i sentimenti, senza che l'anima vi prendesse parte.

Già non era padrona di non guardarlo.

Di tratto in tratto, aveva come un barlume del pericolo: la sua volontà si risvegliava improvvisamente, e con grande fatica ella riesciva a tenere gli occhi bassi.

Ma non ci reggeva a lungo.

Egli le imponeva di guardarlo; ed ella doveva obbedire al fascinatore, dopo un istante di lotta intima. Cedeva senza accorgersene, e trovava una sorta di benessere, un dolce riposo in quell'abbandono della volontà.

Allora le accadeva una cosa strana: non vedeva più nulla del viso di quell'uomo; non vedeva che gli occhi. E quegli occhi scintillanti, magnetici, imperiosi, erano di Fausto! Era Fausto che la guardava così.

L'allucinazione non durava che brevi istanti, ma era terribile.

Per fare festa al suo ospite, il Pisani aveva fatto avvertire alcune famiglie di villeggianti vicini, che in casa sua era Adolfo Ruggeri e che nella serata avrebbe suonato.

In campagna simili inviti non si lasciano cadere: a poco a poco la società diventò numerosa.