Ruggeri prese il violino; uno dei suoi amici, arrivato alla villa con lui, un eccellente pianista, si apprestò ad accompagnarlo. Col violino in mano, Ruggeri cessava di essere fatuo: non pensava che all'arte e si elevava con essa.
Argìa si era seduta nel posto più lontano, presso al balcone, nell'ombra della tenda drappeggiata. Raramente nella sua vita ella aveva avuto occasione di sentire della musica così buona. E siccome aveva nell'anima la facoltà di comprenderla, l'impressione fu potente... Quei suoni s'impadronirono dei suoi sensi.
Il violino di Ruggeri era affascinante come gli occhi di lui. Non uno strumento pareva ad Argìa quel violino, bensì una voce sovrumana, una voce misteriosa che parlava all'anima sua un linguaggio nuovo, consolante, divino.
Dopo il primo pezzo che era di Sgambati — un po' troppo serio per la media del pubblico ascoltante — Ruggeri volle dare un saggio anche del suo non comune ingegno di compositore.
La notizia che il pezzo: «Canti dell'anima» deposto sul leggìo, era lavoro dello stesso esecutore, circolò subito per la sala, e signore e signorine si entusiasmarono anticipatamente, fantasticando su la poesia di quel titolo.
Il pezzo era lungo, ma assai svariato. Con le armonie potenti, le dolci e vibranti melodie, le sapienti dissonanze, gli inaspettati passaggi, l'artista aveva voluto esprimere le diverse passioni che agitano l'anima umana.
La bontà del pezzo, non piccola, era portata al massimo effetto dalla meravigliosa esecuzione.
Argìa ascoltava rapita un motivo pieno di dolcezza, un lamento di cuore infranto.
Esso le narrava l'eterna e crudele storia dell'amore tradito. Era il canto dell'anima nel dolore.
A un certo punto ella dovette uscire sul terrazzino per non darsi in ispettacolo e piangere liberamente.