Era una notte stellata meravigliosa. La campagna sembrava incantata. Argìa sentiva nell'aria qualche cosa di solenne, d'inesplicabile. E la voce del violino giungeva al suo cuore, più dolce, più appassionata.

Improvvisamente il canto patetico cessò, rotto da uno scoppio di note selvagge come una risata infernale; e da quello scoppio, che aveva agghiacciato l'anima della fanciulla, scaturì un motivo cristallino, saltellante, pieno di foga e di spensierata, superba gaiezza.

Era la canzone del capriccio, giocondo, spietato, irresistibile. A poco a poco questo si trasformava in un inno di guerra, cui faceva seguito un canto irrefrenato, di trionfo, di tripudio. Ritornava il motivo flebile del principio, più straziante, angoscioso. Ma la canzone della gioia lo interrompeva perentoriamente, lo derideva, lo forzava al silenzio, e finalmente lo trascinava con sè nella ridda vertiginosa delle note ebbre. Argìa seguiva con ansia il tramutarsi della tenue melodia sentimentale. Le pareva una voce di anima in pena, balbettante i ritornelli del piacere, con delizioso terrore. Ma presto non la distingueva più, soffocata, agonizzante, in quel tripudio di note, in quel delirio di fantasie di affetti opposti, di ebbrezze, che pure si fondevano in un insieme armonioso, potente, straordinario.

Così agonizzava anche l'anima di lei, in un vortice d'abbaglianti immagini, straziata da un dolore acuto, sopraffatta da una potenza ignota, irresistibile.

Il pezzo finiva stupendamente con un canto largo, pieno di voluttà e di sospiri, che andava perdendosi lontano.

Uno scoppio di applausi salutò il maestro. E siccome l'entusiasmo delle signore si prolungava un po' troppo, Ruggeri ebbe lo spirito d'interromperlo intonando un valtzer.

I giovani si misero a ballare in mezzo alle acclamazioni e agli evviva.

Argìa rientrò; voleva ballare anche lei. Era mezza sbalordita, con le ossa rotte, le membra pesanti; ma voleva ballare. Ballare fino alla vertigine, fino all'annientamento delle forze.

E in fondo all'anima aveva un sentimento oscuro di dover fare così; era un obbligo, una promessa. A chi aveva promesso? A suo padre? Oh! no!... Uno più potente di lui le aveva imposto di tutto obliare.

Ballava. E nei momenti in cui si sentiva stanca e debole, era come se un nuovo impulso l'avesse sostenuta, rialzata.