E se si arrischiava a levare gli occhi su lui sentiva una fiamma salirle al viso e tremava tutta. Ma a poco a poco, ella si abituava a quella sensazione: non poteva più farne a meno. Ballava guardandolo fisso, e tutto spariva d'intorno a lei. Non vedeva che quello sfolgorio. Non sentiva che quella fiamma. E intanto le sue forze s'illanguidivano; ella diventava sempre più debole, sempre più debole. Il sonno magnetico la opprimeva.

Prima di lasciarla, mentre la società si scioglieva, Ruggeri le mormorò alcune parole, che lei intese benissimo, ma di cui non le fu mai possibile risovvenirsi, poi, nelle posteriori rievocazioni.

Essendo troppo tardi per ritornare in città,. Ruggeri e i suoi due compagni restavano ospiti del Pisani anche per la notte.

Ruggeri aveva la camera di Filippo che guardava verso mezzogiorno, con un balcone. Gli altri due erano insieme in una camera grande verso tramontana.

Sola nella sua camera, Argìa spalancò la finestra per guardare la notte, come faceva sempre.

In cielo era sorta la luna, bianca, falcata; e la sua presenza rendeva la notte ancor più bella e fantastica.

Argìa aveva il sentimento di non aver visto mai una notte così; ed era nella vaga incosciente aspettazione di un avvenimento straordinario. Le pareva che tutta la campagna guardasse a lei e che i due alberi della corte, quei due custodi giganteschi, bisbigliassero sommessamente parole misteriose.

Improvvisamente ella balzò in piedi. Doveva scendere nella corte! Non poteva resistere alla voce imperiosa che la chiamava. Eppure, una parte della sua volontà rimaneva libera e tentava di resistere.

Tornò a sedere. No, no! non sarebbe discesa. Ma un'altra chiamata imperiosa risuonò dentro di lei e la scotè tutta.

Doveva obbedire. Lentamente però obbediva.